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06 November 2011

L'Italia che si sbriciola





Se dovessi stabilire  un indice di gravità di quanto è accaduto venerdi 4 novembre non saprei dire qual è la peggiore: la fatale alluvione a Genova che ha cagionato sei vittime, o l'altra alluvione, quella metaforica a Cannes al G20. In entrambi i casi, constato solo che pezzo per pezzo l'Italia se ne va alla deriva  e che rischia di essere solo una bella cartolina illustrata di "come eravamo".
L'immagine  che abbiamo visto in tv, di quel poveretto intrappolato nel furgone bianco che cerca di uscire, ma viene frenato da un muro d'acqua tumultuosa e fangosa del rio Fereggiano, ci rimarrà sempre nella memoria. L'uomo non sa come mettersi in salvo: se esce rischia di essere travolto dalla bomba d'acqua e dalle auto che avanzano,  pesanti come relitti di morte. Se resta nel veicolo rischia di fare la fine del topo in trappola. E' un po' la metafora di ognuno di noi cittadini italiani travolti da uno tzunami alluvionale e finanziario.

La sindachessa di Genova Marta Vincenzi è una zarina del Pd, proterva e assai petulante che pretende avere ragione anche di fronte ad una tragedia evidente. La Protezione Civile aveva allertato con un allarme codice 2, pertanto le scuole andavano chiuse, la città doveva essere presidiata e il traffico nelle zone a rischio, vietato, come già avevano fatto assai più prudentemente di lei, gli amministratori delle 5 Terre, della Val di Vara, di Magra e di Lunigiana. Inoltre i genovesi lamentano la mancanza di pulizia dei tombini e il mancato dragaggio del torrente Bisagno e del rio Fereggiano. Ergo, la zarina deve sloggiare al più presto da Palazzo Tursi. Altrettanto indisponente e arrogante in queste ore è l'atteggiamento di Burlando, governatore della regione Liguria. Tra le disgrazie di questa regione, occorre dirlo, c' è un'ottusa nomenklatura politico-amministrativa che non ha mai effettuato un sano ricambio dal dopoguerra ad oggi, sempre eternamente avvitata nella solita retorica resistenziale, quale blasone  a garanzia e perpetuazione  del suo intoccabile feudo rosso. Se è vero che la concorrenza  è l'anima del commercio, in Liguria di concorrenza politica e di sana alternanza non ce n'è mai stata.

Christine Lagarde
Passiamo alla stangata di Cannes avvenuta lo stesso giorno della tragedia di Genova. Alla Croisette hanno fatto un po' di cinema, anzi di ciné, davanti alla macchina mediatica. Ma in realtà le vere decisioni sono state prese altrove. Madame Lagarde, la sostituta del trombato Strauss-Kahn al FMI, con la sua allure da "bilderberger" con tanto di  ditino alzato,  ha costretto l'Italia a porsi sotto tutela del Fondo. Ovvio poi che al nostro premier sia stato dato "l'onore delle armi" facedoci credere che sia stato il governo stesso a chiedere la tutela, ma ciò non corrisponde a verità. In realtà sono volati gli stracci e Berlusconi ha posto resistenze per l'intera mattinata.
Dopodiché oppresso dal duo Merkozy e dalla Lagarde, la capitolazione. Ora avremo ispezioni del Fondo ogni tre mesi, con tanto di monitoraggio di conti. Per cominciare, il primo viaggio del rappresentante americano del Fondo, un tal David Lipton si terrà il 15 novembre. Avremo questi benefattori dell'umanità mondiali col fiato sul collo a darci pagelle trimestrali. Fine della nostra libertà e sovranità, inizio dell'invasione e intrusione delle lobby, un fenomeno a noi prima sconosciuto. Il Debito italiano è sulla piazza straniera e gli investitori sono pronti a sbranarci. Ma, come osserva perfino Maurizio Molinari ne La Stampa, il vero vincitore di questo G20 è Obama che è riuscito, lui che ha un paese  in via di fallimento, senza più manifattura, con molti americani che vivono in tende e roulotte, a far porre sotto tutela,  un paese tutto sommato ancora benestante come il nostro, considerato la terza economia europea. Prima il liquidatore FMI riservava la sua "protezione"  (mai disinteressata) solo ai paesi del terzo e quarto mondo. Ora è riuscito attraverso la mostruosa  chimera Merkozy a porre sotto sorveglianza noi. Della serie , mors tua vita mea.
Frattanto dagli Usa, una perturbazione atlantica ha trasformato la Liguria, la Toscana e il Piemonte, in una zona da uragano Katrina. E dire che eravamo il bel Paese delle mimose e dei limoni d'inverno. Non siamo più sicuri di nulla, nemmeno più  del mite clima mediterraneo. Prima si diceva "piove governo ladro".
Dopo il G20 della Croisette,  c'è un salto di qualità: "Piove Governo Mondiale usuraio". Siamo nelle Canne-s.

01 November 2011

Morte a Credito


Prelevo questo interessante pezzo di Alain de Benoist dal sito  Ariannaeditrice. Quando leggo articoli così intelligenti sono presa da un irrefrenabile invidia per i cuginastri d'Oltralpe: li avessimo noi intellettuali di destra altrettanto coraggiosi e acuti in luogo di quei quattro cicisbei  cosiddetti destrorsi  che scopiazzano il neoliberismo yankee tardo-reaganiano facendolo passare per economia " di destra" , immemori del fatto che la deregulation (ovvero l'utopia che il mercato si regoli da sé) della Reaganomics è il problema a cui stiamo avvitati, e non la soluzione del medesimo. Di contro, impazza la solita fuffaglia arrogante, presuntuosa, invadente nonchè portatrice di disvalori di sinistra. Entrambe, le fazioni sono supine e prone all'attuale tecno (o turbo) capitalismo finanziario, ormai comunemente definito di "carta straccia".  Il titolo di questo pezzo di De Benoist  è preso, e non a caso, da un noto romanzo di Louis Ferdinand Céline, "Mort à Crédit".

Ezra Pound, al canto XLV dei Cantos : «Con usura gli uomini non hanno case di pietra sana/blocchi lisci finemente tagliati fissati in modo che il fregio copra le loro superfici/con usura/ gli uomini non possono avere paradisi dipinti sui muri delle chiese […] Con usura il peccato è contro natura [with usura sin against nature]/ il pane è straccio vieto/arido come la carta/senza segale né farina di grano duro/con usura il tratto si appesantisce/non vi è che una falsa demarcazione/gli uomini non hanno più siti per le loro dimore/e lo scalpellino viene privato della pietra/il tessutaio del telaio/ I cadaveri banchettano/ al richiamo dell'usura [Corpses are set to banquet / at behest of usura] ».  Ndr:  qui il resto della poesia e del pensiero di Pound. E qui, altri dipinti e suggestioni sul tema usura.
Gli eccessi del prestito a interesse sono condannati a Roma, così come lo testimonia Catone secondo cui, se i ladri di oggetti sacri meritano una doppia pena, gli usurai ne meritano una quadrupla. Ancora più radicale è la condanna di Aristotele alla cremastica. Così scrive: «L'arte di acquisire ricchezza è di due specie: se la prima è nella sua forma mercantile, la seconda dipende dall'economia domestica; quest'ultima forma è necessaria e lodevole, mentre l'altra si affida alla scadenza e autorizza giuste critiche, poiché non ha nulla di naturale […]. A queste condizioni, ciò che si detesta con assoluta ragione, è la pratica del prestito a interesse in quanto il profitto che se ne ricava è frutto della moneta stessa e non risponde più al fine che ha presieduto alla sua creazione. Se la moneta è stata inventata in vista dello scambio, è invece l'interesse che moltiplica la quantità di moneta essa stessa […]. L'interesse è una moneta nata da una moneta. Di conseguenza, questo modo di guadagnare denaro è tra tutti, il più contrario alla natura» (La Politica).
La parola «interesse» designa il reddito del denaro (foenus o usura in latino, tókos in greco). Si riferisce al modo in cui il denaro «partorisce nuovi nati». Già nell' alto medioevo, la Chiesa sostiene la distinzione che aveva fatto il diritto romano per il prestito dei beni immobiliari: ci sono cose che si consumano con l'uso e altre che non si consumano affatto, e che vengono chiamate commodatum. Esigere un pagamento per il comodato è contrario al bene comune, poiché il denaro è un bene che non si consuma. Il prestito a interesse sarà condannato dal concilio di Nicea sulla base delle «Scritture» – nonostante la Bibbia non lo condanni con chiarezza! Nel XII secolo, la Chiesa assume la condanna aristotelica della cremastica. Anche Tommaso d'Aquino condanna il prestito a interesse, con alcune riserve, adducendo il motivo che «il tempo appartiene solo a Dio». L'islam, ancora più severo, non concede neppure la possibilità della distinzione tra l'interesse e l'usura.
La pratica del prestito a interesse si è pertanto progressivamente diffusa, in relazione all'ascesa della classe borghese e all'espansione dei valori mercantili che sono stati lo strumento del suo potere. A partire dal XV secolo, le banche, le compagnie commerciali, e in seguito le manifatture, possono rimunerare i fondi presi a prestito, su deroga del re. Il giro di boa essenziale corrisponde all'avvento del protestantesimo, e più precisamente del calvinismo.
Calvino è il primo teologo ad accettare la pratica del prestito a interesse, che si diffonde così attraverso le reti bancarie. Con la Rivoluzione francese, il prestito a interesse diventa completamente libero, e nel frattempo fioriscono nuove banche in quantità, dotate di fondi considerevoli che provengono soprattutto dalla speculazione sui beni nazionali. Il capitalismo prende il volo.
All'origine, l'usura designa il semplice interesse, indipendentemente dal tasso applicato. Oggigiorno, chiamiamo «usura» l'interesse di un ammontare abusivo, attribuito a un prestito. Ma l'usura è anche il processo che permette di incatenare, colui che è beneficiario del prestito, con un debito che non riesce a rimborsare, e a impadronirsi dei beni che gli appartengono, ma che egli ha accettato di dare in garanzia del prestito. È proprio quello che succede oggi a livello planetario.
Il credito permette di consumare il futuro nel presente. Si basa sull'uso di una somma virtuale che viene attualizzata attribuendogli un prezzo: l'interesse. La generalizzazione del principio su cui si basa, fa perdere di vista il principio elementare secondo il quale è bene limitare le proprie spese al livello delle risorse, visto che non si può certo pensare di poter vivere perpetuamente al di sopra dei propri mezzi. L'ascesa del capitalismo finanziario ha favorito questa pratica: ci sono giornate in cui i mercati cambiano l'equivalente di dieci volte del PIL mondiale, e questo mostra a sufficienza la sconnessione con l'economia reale. Quando il sistema di credito diventa un pezzo centrale del dispositivo del Capitale, si rientra in un circolo vizioso, la fine del credito rischia di tradursi nel crollo generalizzato del sistema bancario. Brandendo la minaccia di un tale caos, le banche sono riuscite a farsi continuamente aiutare dagli Stati. La generalizzazione dell'accesso al credito, che implica il prestito a interesse, è stato uno degli strumenti privilegiati dell'espansione del capitalismo e della società dei consumi a partire dal dopoguerra. Indebitandosi massicciamente, le famiglie europee e americane hanno sicuramente contribuito, tra il 1948 e il 1973, alla prosperità dell'epoca del cosiddetto «trentennio glorioso della crescita». Le cose sono cambiate nel momento in cui il credito ipotecario ha preso il sopravvento sulle altre forme del credito. «Il meccanismo di ricorso a un'ipoteca come pegno reale dei prestiti rappresenta molto di più, ricorda Jean-Luc Gréau, di una agile tecnica che garantisce somme prestate, poiché capovolge il quadro logico di attribuzione, valutazione e di detenzione dei crediti accordati […]. Il rischio limitato cede il passo alla scommessa che si fa sulla facoltà che si avrà, in caso di fallimento del debitore, di mettere in gioco l'ipoteca e di coglierne il profitto per rivenderlo a delle condizioni favorevoli». Queste manipolazioni d'ipoteche trasformate in attivi finanziari, congiunte alle difficoltà di pagamento dei beneficiari del prestito, incapaci di rimborsare i loro debiti, hanno portato alla crisi dell'autunno del 2008. Oggi assistiamo alla ripetizione di un'analoga operazione che grava sugli Stati sovrani che ne fanno le spese, con la crisi del debito pubblico.
Rembrandt- Gesù scaccia i  mercanti dal tempio 
Stiamo assistendo al grande ritorno del sistema dell'usura. Quello che Keynes chiamava «il regime dei creditori» corrisponde alla definizione moderna dell'usura. I processi dell'usura li riscontriamo nelle modalità in cui i mercati finanziari e le banche possono fare man bassa sugli attivi reali degli Stati indebitati, impadronendosi dei loro averi al titolo degli interessi di un debito di cui il principale costituisce una montagna di denaro virtuale che non potrà mai essere rimborsato. Gli azionisti e i creditori sono gli Shylock della nostra epoca.
Ma l'indebitamento va di pari passo con la crescita materiale: né l'uno, né l'altra possono crescere all'infinito. « L'Europa compromessa con la finanza, scrive Frédéric Lordon, rischia di essere distrutta dalla finanza». Da tempo scriviamo: il sistema del denaro distruggerà se stesso.


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27 October 2011

Scarsa lingua di terra che orla il mare


Premetto che l'ambiente non è né di destra né di sinistra e  che vivere in un ambiente geografico sicuro è nell'interesse di tutti gli Italiani. Quello che sta accadendo in Liguria, terra nella quale sono nata, e naturale porta del Nord-Italia e del Nord-Europa, per tutti quelli che vengono a respirare un po' d'aria di mare nel mentre fanno qualche romantica passeggiata, è semplicemente catastrofico. E non è un'iperbole. Le Cinque Terre, che sono tra le più pittoresche località della Liguria, d'Italia e del mondo, all'improvviso si sono trasformate in un paesaggio spettrale. L'immagine di Monterosso annegata sotto un fiume di fango e di detriti è semplicemente angosciante (video). Lo stesso dicasi per Vernazza dove la Torre Doria emerge da acque marron invece che azzurre e il grazioso porticciolo è diventato simile ad una discarica (qui il video).
Anche Bonassola e Levanto, ridenti località del levante ligure sono ridotte allo stesso cupo scenario, mentre c'è stata una frana nella penisola di Sestri Levante. Il risultato di tutto ciò è una regione-regina in ginocchio e isolata dalle vie di comunicazione autostradali e ferroviarie. Scarseggia tutto, anche i generi di prima necessità e molti degli aiuti devono arrivare via mare.   
Ma torno alle Cinque Terre, famose in tutto il mondo e, mèta irrinunciabile di turisti provenienti dai 4 angoli del pianeta, classificate quale "patrimonio dell'Umanità" dalla solita Unesco, classificazione opinabile, dal momento che la terra dovrebbe essere innanzitutto di chi vi è nato e vi risiede. 
C'è da chiedersi perché queste piccole roccaforti a picco sul mare, che resistettero agli assalti dei saraceni, dei turchi, dei pirati, di tutte le intemperie, dei fortunali e dei venti che le hanno flagellate nel corso dei secoli,  si stanno sgretolando proprio ora. Sembra quasi la triste metafora del nostro bel Paese. Troppa pressione turistica,  troppe infrastrutture attrezzate ad uso esclusivo del turismo creano un impatto ambientale simile a quei campi coltivati esclusivamente a granoturco. Poi si depauperano e diventano sterili. Intere fasce di irti colli abbandonati, laddove un tempo c'erano terrazzamenti finemente coltivati a ulivi e viti recintati da sapienti  muretti a secco, ora franano impietosamente, trascinandosi dietro pezzi di montagne, cascate d'acqua, fango, tronchi e detriti. Siamo dunque al turismo come monocoltura e i risultati sono sotto ai nostri occhi.
E improvvisamente...l' estate scorsa, (la mia, nella fattispecie) a Monterosso diventa un lontano ricordo di giorni azzurri e sereni  con gli agavi che svettano controluce, un gatto che dorme all'ombra di una grossa anfora di coccio su una terrazza sul mare -  giorni che ora sembrano remoti come un vecchio album di fotografie.
Monterosso, il borgo marinaro, già solatia residenza di Eugenio Montale, piegato, distrutto dalla furia delle acque che sono scrosciate dal monte in pochi attimi insieme alla vicina Vernazza. Ci vogliono intere generazioni per costruire, ma basta un attimo per distruggere tutto. Colgo qui l'occasione per fare un encomio della  dignità burbanzosa del popolo ligure sempre così laconico e taciturno che ora si ritrova ad affrontare la dura realtà della mesta conta dei danni, delle vite spezzate (finora sette, più numerosi dispersi), senza tragedie greche, senza sceneggiate napoletane.  Specie quelli dei paesi dell'entroterra spezzino della Val di Vara come Brugnato, Borghetto Vara, di Sesta Godano,  della Val di Magra, della Lunigiana, gente assai più modesta di quella della fascia costiera; gente  che si è costruita la casa e qualche esercizio commerciale con grande sacrificio, ma che ora, oltre ai morti, ha perso davvero tutto.
Sarà per tutti costoro un triste ponte dei santi e dei morti (non chiamatelo Halloween, per carità di patria!). E ancora voglio ricordare la graziosa Bocca di Magra, che fu la residenza estiva di Elio Vittorini e di Vittorio Sereni,  diventata un cimitero delle barche e delle auto introvabili, mentre l'acqua del Magra sale ai primi piani delle case. La parola d'ordine d'ora in poi sarà dragare  e monitorare i greti dei fiumi, altrimenti creano tappi e alluvioni. Infischiandosene dei verdi talebani che quando vedono qualche vecchio contadino ripulire i greti dai tronchi d'alberi si precipitano a imperdirglielo. Ma cos'hanno costoro al posto del cervello?
Ma soprattutto occorre una diversa direttrice di marcia, se non vogliamo ritrovarci ancora in balia dei cataclismi, peraltro inevitabili.

Poiché quello che non sono riusciti a fare gli agenti atmosferici nel corso  dei secoli, quello che non hanno fatto i predoni del mare, lo ha fatto il mercato, la cementificazione, l'eccesso di impatto turistico, di motorizzazione. Ridare la Liguria ai suoi poeti, ai suoi santi e ai suoi navigatori è solo un impossibile sogno. Ma qualcosa per salvarla dal suo dissesto idrogeologico bisognerà pur fare. 
  



Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi, morsa            
dal sale come anello d'ancoraggio;         
percossa dalla fersa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l'alghe e le procellarie
- ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
l'immagine di te sempre nel cuore...
(Camillo Sbarbaro)

TELEFONO SOLIDALE per alluvionati - Dalle 19, 30 di giovedì 27 ottobre è aperto il  numero solidale 45500 a cui inviare SMS da cellulari TIM, Vodafone, Wind, 3, Postemobile e Tiscali oppure chiamando da rete fissa Telecom Italia, Fastweb e Tiscali e Tele Tu. Il valore della donazione per ciascun messaggio è di 2 euro. Il numero resta attivo fino al 28 novembre. Come ho fatto per l'alluvione a Vicenza dello scorso anno, io ho  aderito.








25 October 2011

In the name of Love



Umani, troppo umani questi diritti! L'indomani dell'impalatura di Gheddafi, le cui spoglie non sappiamo ancora che fine faranno (l'opzione in fondo al mare in pasto ai pesci, modello Bin Laden è sempre possibile)  si viene a sapere da un lancio di agenzia che il numero uno del Consiglio di transizione libico, Mustafa Abdel Jalil, si e' inginocchiato oggi in preghiera subito dopo avere presenziato alla cerimonia di proclamazione della liberazione della Libia, che si e' tenuta a Bengasi. Jalil ha promesso che la legge islamica (o Sharia)  sara' rafforzata. "Come nazione musulmana la sharia e' alla base della nostra legislazione, pertanto ogni legge che contraddica i principi dell'Islam non avra' valore". Qui l'articolo, nel merito.  
Mesi e mesi di bombardamenti coi droni, numerose vite umane falcidiate,  per poi  dar vita a che cosa? A un governo islamista con tanto di Sharia. Sì, avete sentito bene: quella stessa Sharia per cui si è andati a combattere contro i Talebani in Afghanistan, ove tanti nostri soldati hanno trovato morte sicura.
Ma allora a che gioco giochiamo? non si doveva esportare la "democrazia" nei paesi islamici?
  
Beh... dipende. Avete letto "Machiavelli on modern Leadership" di Michael Ledeen? Ovvero un machiavello all'americana pronto per l'uso?  se vige un sistema teocratico, lo si combatte mettendoci un regimo laico; se viceversa c'è un regime laico (un'autocrazia militare come in Egitto, in Libia, in Tunisia) allora l'opzione islamica è sempre possibile. L'importante è... è  ..non è finire. Ma destabilizzare, negare e abbattere l'esistente. Le guerre, specie se "umanitarie", servono e costituiscono il volano dell'economia. Inoltre con le guerre si finanzia il Debiito mentre col Debito si promovono altre guerre. E se non ci credete leggete sul blog Crisis? What crisis?  cosa accadrà nel resto dell'Africa.  In the name of Love. Ovvero dei diritti universali.
E sempre in the name of Human. Rights, la Casa Bianca ha dichiarato che non un solo soldato Nato ci ha rimesso la ghirba sul territorio libico, grazie ai droni. Ah, che grande progresso i droni! Si possono risparmiare tante vite, coi droni. Ma non le vite dei civili nei paesi che si intende bombardare. Effetti collaterali -  si dirà. In ogni caso Mission Accomplished.   I diritti son diritti. Ma per qualcuno la vita è un diritto più  inalienabile che per altri.

Mubarak il grande amico e alleato più fidato degli Usa ora è  trascinato davanti a uno di questi tribunali-farsa tutto fasciato, malato terminale di cancro,  mentre giace  su una branda ospedaliera come la mummia di un vecchio mausoleo,  reo di aver represso la gloriosa rivoluzione di Piazza Tahir. Presto farà la fine del suo amico Muammar. Sempre  in the name of Love. 

La  "religio incivilis" dei diritti umani è diventata un'insensata nuova perversa teologia metafisica così grottescamente astratta, da ridurre a carne di porco gli esseri umani che passano sotto la sua mannaia. E' ormai chiaro anche ai ciechi, che è un miserabile pretesto per mettere i piedi (e tutto il resto) a casa d'altri, sfruttandone le risorse, le materie prime, il territorio. Oggi  i tempi sono maturi per poter dire che il principio di sistematica ingerenza a casa d'altri, passa per "l'esportazione dei diritti umani" cui fa seguito l'immancabile soluzione a quattro cifre del Consiglio di Sicurezza dell'Onu: un vero imbroglio. E' l'essenza stessa dell'impostura democratica. E queste due ultime parole non sono un ossimoro.
- Toc, toc!
- Chi è?
- Sono la carta dei diritti umani e busso a casa tua.
Mala tempora currunt, allora.
In the name of Love
What more in the name of Love?


Altro articolo correlato: In Nome dei diritti umani dal blog Conflitti e Strategie

21 October 2011

Morte del Colonello ovvero licenza democratica di uccidere



Stanno girando in rete e in tv immagini che fanno rabbrividire: Gheddafi ridotto a una maschera di sangue, linciato e barbaramente trucidato, circondato da beduini urlanti in un'orrenda mattanza...
Tutti contro uno: bella forza! "I bambini non devono guardare" dicono al TG mentre si trasmette durante i pasti immagini raccapriccianti, affinché TUTTI vedano.
Perfino Giuliano Ferrara che è  filoamericano  con simpatie neocon è arrivato ad ammettere che  gli unici che ormai sul pianeta hanno diritto di vita e di morte sugli altri popoli sono i fautori della democrazia. E che la "democrazia" è rimasta  l'unica  al mondo ad aver "LICENZA DI UCCIDERE". Sono parole pesanti  come pietre che fanno riflettere. Soprattutto fa riflettere l'inizio della cosiddetta nuova "democrazia" della Libia magnificata  da Napolitano come "Nuovo Risorgimento libico". E' questo il nuovo cammino verso la libertà?  E queste sarebbero le nuove rivoluzioni arabe a cui si rivolgono gli Indignados de noantri e le rivoluzioni "colorate" d'Occidente?
Ora il bottino libico  con annesse risorse petrolifere da spartirsi,  è più a portata di mano.  Per  tutti i segreti che Gheddafi sapeva su molte potenze occidentali con cui è venuto a contatto nel corso della sua lunga autocrazia,  è chiaro che alle forze NATO fa  più comodo morto che vivo. Ve lo immaginate al Tribunale  (farsa) dell'Aja quale scena si sarebbe presa? E allora, meglio non rischiare.
In attesa di saperne di più sulle ultime ore del colonello, propongo questi links di articoli:

Thierry Meyssan - Il linciaggio di Muammar Gheddafi

HIC SUNT LEONES dal blog Conflitti e Strategie

MISSIONE CRIMINALE COMPIUTA dal Blog Dalla parte del Torto