Non c'è mito, non c'è ombra di classicità, né tanto meno il senso del sacro, nell'Odissea di Christopher Nolan che imperversa per locali cinematografici e che incasserà senz'altro molto bene al botteghino. Se andate a vederlo, mettetevi la cera nelle orecchie come i compagni di Ulisse che remano con vigore ma non devono ascoltare l'ingannevole canto delle Sirene. Perché all'Odissea di Nolan che induce a ben poca riflessione, si aggiungono boati, rumori e rimbombi a tutto decibel di marosi, di fortunali, di canea guerresca, di guerre combattute con accozzaglie di daghe metalliche, di duelli dove alla fine arrivano gli immancabili cazzotti da cow boys, sferrati in un corpo a corpo. Ma soprattutto, colpisce l'accurata distribuzione di quote etnico-sindacali nelle comparse. L'equipaggio di Ulisse infatti è composto da diverse sfumature di colori in ossequio al multietnicismo made in Hollywood.
C'è pure un orientale (forse giapponese) che alla fine si stanca di resistere al dolce richiamo delle sirene, molla i remi e raggiunge a nuoto il litorale a rischio di farsi fracassare tra gli scogli, come è avvenuto per altri imprudenti naviganti. Parliamo qui in Italia, di porre un tetto alle classi multietniche nella scuola per favorire l'apprendimento?
Be', nell'industria cinematografica, è da tempo che non c'è alcun limite alla fantasia, in materia di "quote". Attori afroamericani come Morgan Freeman che bazzicano la foresta di Sherwood in "Robin Hood"; principi di Aragona dalle sembianze poco aragonesi come Denzel Washington nella commedia shakespeariana "Molto rumore per nulla". Autentici "falsi storici" e "falsi letterari", a dispetto della benintenzionata cultura woke che non solo cancella, ma pretende di sostituire e di riscrivere la storia, il costume e la cultura, attualizzandoli e imponendoli alle larghe masse sempre più intellettualmente impoverite.
Non fa eccezione questa Odissea, dove nel fare riferimento alla guerra di Troia si vedono una bella Elena con la sorella gemella Clitennestra, entrambe negre. Pardon, si dice nere. Entrambe interpretate dall'attrice keniota Lupita Nyong'o. Eppure il testo di Omero parla chiaro e tondo di una Elena dalle "bianche braccia". Ma rispettare il narrato omerico, per i padroni di Hollywood, sarebbe stato considerato "suprematista". Infatti non si vede un profilo greco neanche a pagarlo a peso d'oro né un volto dai lineamenti "classici" e mediterranei, perché Matt Damon che interpreta il ruolo di Ulisse, ha un naso all'insù come un maialino grufolante. Infatti ricorda la sua fortunata serie di Bourne Identity. Anne Hathaway ce la mette tutta per farci dimenticare quel sorriso da svampita de "Il diavolo veste Prada", ma la sua Penelope non riesce ad avere la dignità né la solennità matronale della regina di Itaca, sia del poema omerico, sia del bel sceneggiato televisivo di Franco Rossi con un' indimenticabile Irene Papas. Una versione tra le migliori di questo grande classico.
Non va meglio per Pallade-Athena, la dea descritta "dagli occhi azzurrini", partorita dalla testa di Zeus già con l'armatura, l'elmo e lo scudo. Accanto al nuovo Ulisse di marca hollywoodiana vediamo invece una ragazza con velo arabeggiante. (Zendaya attrice e cantante di colore) che non ha di certo il carisma né le physique du role della dea delle Arti belliche e della Sapienza.. Resta difficile pensare che un omaccione robusto come Ulisse possa rimettersi ai suoi consigli strategici. Ma le due figure per me davvero desolanti sono Calypso in veste di psicoterapeuta dell'Isola di Ogigia che cerca di ricostruire il "vissuto" di Ulisse malato nel corpo e nella mente con foglie di Loto, e Circe nell'isola di Eea (o Ea).
Quest'ultima, per nulla attraente sembra una verduraia di Porta Portese. Resta assai poco credibile che Ulisse venga sedotto da una simile creatura al punto da rimanere con lei per un anno nell'isola di Eea tra agi e mollezze, dimenticando Itaca. Viene da rimpiangere perfino la nostra bella Silvana Mangano del film di Mario Camerini "Ulisse", allorché appare fuori dal suo antro con le stelle marine tra i lunghi capelli. Per riannodare il suo percorso interrotto l'Eroe, su indicazione della Maga (e non "strega" come viene chiamata nel film di Nolan), dovrà intraprendere un viaggio nell'Ade. Una delle pagine più toccanti dell'Odissea omerica è proprio il dialogo con i defunti. Ma anche qui sono riusciti a rovinare la sacralità della pagina con trucchi da George Romero ne "La notte dei morti viventi". I trapassati infatti saltano fuori dalla terra che si muove in zolle disordinate, zombificati e sudici.
Soprattutto, tra i defunti, manca all'appello Anticlea la madre di Ulisse che lui cerca con strazio di afferrare e stringerla a sé: ma lei è già un'ombra tra le ombre che svanisce e si dissolve.
Se è per questo, manca all'appello pure la figura aggraziata della fanciulla Nausicaa che lo trova naufrago e spossato sulla spiaggia con le ancelle nell'isola dei Feaci, episodio di un innamoramento giovanile della ragazza ignorato di sana pianta dal regista, intento com'è, ad allungare il brodo con interminabili flash-back sull'assedio di Troia col fatidico e fatale Cavallo trascinato dentro le mura della città .
Attualizzare e modernizzare l'Odissea risciacquando i panni greci in California, è un errore grossolano, tenuto conto che pur nella sua cornice classica, si tratta già di un'opera moderna, in quanto ha a che fare con la vicenda umana del "singolo", delle sue peregrinazioni, della sua sfida contro il Fato, della difficoltà di riallacciare le radici perdute, del sentirsi straniero in patria e della complessità nell'intraprendere la via del ritorno. Perfino a casa propria dove s'introduce sotto mentite spoglie di mendicante, poiché è una casa occupata dai Proci usurpatori. Ciò che non significa creare un personaggio in preda a sensi di colpa per essere stato implicato negli orrori della guerra. Anche questa psicologizzazione del personaggio di un improbabile amletico Odisseo, fa parte delle molteplici mistificazioni hollywoodiane.
"Ma l'Ulisse omerico non è un pentito, anzi. E' un eroe orgoglioso, astuto, un sopravvissuto che sa di dover pagare il prezzo della sua hybris, ma non si piange addosso. Il suo pianto, quando lo concede, è per la nostalgia di casa. Nolan da bravo regista del XXI esimo secolo, psicologizza il mito e lo riduce a dramma interiore da salotto borghese" (da I classici non dovrebbero mai passare da Hollywood).
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| Anne Hathaway nel ruolo di Penelope |
Se si cercano invece, gli effetti speciali, di quelli ce ne sono a profusione. Ma è proprio questa rutilante fiera delle Vanità con un uso della fotografia sapiente e smagliante, a depistarci. Ci sono mostri come Scilla che si avviluppano su malcapitate prede le quali non riescono a liberarsi dai suoi tentacoli; c'è il ciclope Polifemo che sgranocchia qualche compagno di Ulisse come fosse un succulento spiedino Poi, Cariddi che rischia di inghiottire l'intera imbarcazione in un gorgo mortale. Ma la sfolgorante favola visiva non basta ché anzi, serve a distrarre e a sovrapporsi alla sacralità del Mito, cancellandolo. Alla fine, dopo tre ore di spettacolo, si esce un po' frastornati con lo stesso effetto di Guerre stellari e di Avatar, trasferiti sui mari e sulle isole pelagiche.
Molto è stato scritto sull'assurdità del finale del film. E' mai possibile che una volta giunto a destinazione a Itaca, dopo mille peripezie, dopo aver regolato i conti con gli arroganti Proci, Ulisse abbia ancora voglia di intraprendere una crocierina con Penelope in versione "Love Boat" o "La nave dei Sogni"?
San Venceslao











