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12 April 2006

Le Monde osteggia il classicismo del '900 italiano: "E' arte fascista!"

Anche quest'onta ci tocca sopportare dai francesi e dal loro piccolo, ottuso, crudele e angusto Le Monde, quotidiano di area socialista. La nostra bella mostra non è ancora sbarcata a Parigi che già c'è stata l'alzata di scudi contro pittori del calibro di un Giacomo Balla, di un De Chirico e di un Carrà : arte imperial-fascista, la chiamano già con disprezzo. Ma almeno l'avete vista, criticonzoli dei miei stivali? E lo sapete o no che Balla è esposto e conservato con cura al Lingotto e che fu amato dall'avv. Giovanni Agnelli, il quale forse di affari non se ne intendeva, ma di arte, di senso estetico (comprese belle donne) ne aveva molto più di voi? Ma no, le tout petit monde di Le Monde insiste come un povero Oblomov, il ministro staliniano: "Quell'arte è fascista!"
E rimpiange la diserzione di un Guttuso dalla collezione. E che ci azzecca Guttuso con questa rassegna? Ma guarda un po' che c'è da rimpiangere: un noto esponente del realismo socialista con tanto di cortei operai e di pugni chiusi raffigurati nelle sue opere: una vera palla! E non un Balla, che evidentemente è altra cosa.
La mostra ITALIA NOVA, un'avventura nell'arte italiana, fino al 31 luglio al Grand Palais di Parigi e curata da Gabriella Belli, raccoglie opere del Novecento italiano da Balla a De Chirico, da Savinio (fratello del più famoso Giorgio, ma tutto da riscoprire) a Carrà e Boccioni. Da Morandi a De Pisis e Sironi. La rassegna s' incentra in particolare su due momenti topici: la dimensione innovativa del futurismo e il classicismo di ritorno, laddove classico e moderno non sono più in antitesi tra di loro.
"Italia nova" è dunque una scelta coraggiosa, al limite della provocazione, che forse proprio per questo, ha suscitato immediate polemicuzze velenose e aspre diatribe intellettualoidi già prima dell'inaugurazione stessa: "superficialità" dicono i cervelloni di Le Monde, "revisionismo" (che parole originali!) secondo la più trita equazione: "classicismo imperiale uguale arte di regime". La curatrice Gabriella Belli, parla di un attacco premeditato da parte di Le Monde, il quale per voce del suo critico Philippe Dagen, ha giocato sadicamente (e con estrema ignoranza) con il sottotitolo della mostra trasformandolo da "avventura" in "una disavventura dell'arte italiana".
Per fortuna esistono in Francia molti altri critici che non la pensano così. Come il sublime Jean Clair, autore di tre testi-chiave contro il relativismo estetico: "Critica alla modernità" "Medusa, l'orrido e il sublime nell'arte" e "De Immundo". (De Chirico incarna in modo esemplare l'immagine di una modernità come progetto incompiuto in cui i fantasmi anticheggianti che sono all'origine della sua arte, si uniscono ad una coscenza del presente realmente "profetica". La sua ossessione del passato, il suo attaccamento alla cultura classica, la sua nostalgia di un locus patriae, si accompagnano ad una proiezione nel tempo che gli permette di elaborare fin dal 1910, un universo che non solo sul piano formale è "rivoluzionario" ma che precede sul piano iconografico, di quindici anni il surrealismo . ( Prima op. cit pag. 151).
E aggiungo io più modestamente, se ancora oggi ci affascina è perché il sentimento romantico del ritorno alla Patria perduta dell'infanzia, si accompagna al mondo labile della "non-permanenza", tipica del catastrofismo postmoderno dell'era tecnologica: l'incontro impossibile tra il colonnato greco e la ciminiera.
Ma cosa vogliamo aspettarci dal beau monde di Le Monde, giornale ottusamente e provincialmente politically correct? Basta ricordare che è stato quello stesso giornale che ospitò i deliri paranoici di Antonio Tabucchi (considerato grande scrittore, solo perchè scrive per L'Unità) contro Giuliano Ferrara nell'articoletto "Fatwa à l'Italienne" del 10 ottobre 2003, negando a Giulianone il diritto di replica (sì, le droit de réponse di voltairiana memoria) per potersi difendere dalla calunnie e corbellerie contenute nel pezzo pubblicato, e inaugurando dunque (caso unico nella stampa d'Europa) il giornale di chi ascolta una campana sola. A martello, s'intende. Anzi, a falce e martello.
Ma torniamo a "Italia nova". Una mia previsione? La mostra sarà un successo inaudito di pubblico.Ma anche di critica intelligente e non schierata. E ancora una volta "la Bellezza salverà il mondo" (Dostoevskij). Io mi accontenterei che salvasse l'Italia e la Francia dagli imbecilli e dagli incompetenti dottrinari. Non è poco. (Nessie)

11 April 2006

Il voto? Né chiaro né netto, caro Fassino

Mentre scrivo i risultati del voto non sono stati ancora TUTTI scrutinati: mancano i voti degli Italiani all'estero. Quei nostri compatrioti che spesso scappano lontano perché ne hanno fin sopra i capelli della sindacatocrazia sinistrese e delle regioni rosso-bulgaro che di fatto governano il feudo-Italia in luogo di una vera Repubblica. Tuttavia, cantano ugualmente la loro risicata vittoria di Pirro, i compagnucci. C'è poco da cantare! Il voto non è né chiaro né netto, così come pontifica Fassino.  Ecco allora perché la sinistra non esce a testa alta da questa consultazione elettorale.
  1. Perché ha organizzato la sua campagna all'insegna del solito "antiberlusconismo" livoroso e una consultazione elettorale non è un referendum.
  2. Perché la sinistra ha chiuso un occhio e anche due, nei confronti dei violenti e dei facinorosi della guerriglia urbana e di ciò non è stata premiata.
  3. Perché aveva al proprio interno delle candidature in odore di impresentabilità come Hamza Piccardo dell'Ucoii con il PdCi di Diliberto e Caruso, Luxuria e Ali Rashid per Prc.
  4. Perché tutti i poteri forti (Confindustria e Fiat, Corsera, Banche ecc.) erano contro Berlusconi e questo ha ricompattato metà dell'opinione pubblica italiana.
  5. Perché ha usato  la cultura/spettacolo (anzi, la sottocultura e l'avanspettacolo) come Moretti e il suo Caimano per fare propaganda politica elettorale in sfregio a quella par condicio che pretende dagli avversari.
  6.  Perché oramai i mass-media ufficiali come il Corriere (sempre più CorServa) e le altre testate italiane non sono più in grado né di influenzare l'opinione pubblica né di interecettarne gli umori. Idem per gli exit-poll e i sondaggi.
  7. E perchè esiste la controinformazione dei Blog e di Internet per reperire "quello che i giornali non scrivono".
Perciò il voto non è né chiaro né netto, caro il mio Fassino. Non ne vedo la chiarezza né la nettezza. Solo "nettezza urbana". Cioè impresa di pulizie contro la spazzatura. La vostra.

07 April 2006

Perché la sinistra non chiama la Legge Biagi col suo nome

L'hanno promesso. Se vinceranno aboliranno la Legge Biagi. Speriamo di no, che non vincano. Ma è inutile far finta di non sapere che la loro vittoria potrebbe comportare un'operazione di "deberlusconizzazione" totale. Qualcuno aggiunge già "totalitaria". 
Fini si chiede come mai la sinistra si ostina a chiamare la Legge Biagi, Legge 30, senza fare menzione del nome del professore assassinato il 19 marzo del 2002 dalle BR, mentre rincasava con la sua bicicletta nel suo appartamento di Bologna.
 
Io credo che Fini lo sappia benissimo. Ma nel caso non lo sapesse glielo diciamo noi. Perché, dal momento che la sinistra vuole eliminarla, si predispone già sul piano linguistico, a edulcorare la sua operazione abolizionista. Se dovesse dire a chiare lettere: "Noi elimineremo la Legge Biagi" la cosa avrebbe uno strano suono metaforico: un po' come se il povero giuslavorista e collaboratore del Ministro del Welfare Maroni, venisse fatto fuori due volte. Così, invece, detta alla Bertinotti, Legge 30, sa molto di sindacalese. Quel sindacalese impersonale, burocratico e demagogico a cui siamo avvezzi da molti - da troppi anni.
 
Ma c'è un altro strano senso di colpa della sinistra specie negli ambienti sindacali più oltranzisti: l'aver osteggiato con ogni mezzo quella legge-delega in materia di occupazione e mercato del lavoro, tacciando il suo ideatore di "traditore" poiché Marco Biagi, uomo della sinistra riformista credette così tanto nel suo progetto da volerlo proporre comunque a un  Governo di colore diverso.Tutti ricorderanno la livorosa campagna anti-Biagi di Sergio Cofferati, per ironia della sorte, attuale sindaco nella città del Professore assassinato;  e tutti ricordano chi furono quelli che Giuliano Ferrara indicò più volte come "i mandanti linguistici" degli assassini di Biagi.
 
La violenza viene prima ideata, poi scritta, poi fomentata. Quindi da quella verbale  a brandire una pistola, il passo è breve. Dopotutto di trattava di un "traditore", e quindi, secondo le categorie ideologiche di certa sinistra, di un nemico di classe da abbattere. Ragion per cui gli esecutori materiali furono Nadia Lioce, Mezzasalma e i suoi compari. Ma la campagna d'odio scaturì e prese avvio dagli ambienti istituzionali: sindacati, commissioni del lavoro, giornali di sinistra come l'Unità , Liberazione e il Manifesto. Quegli stessi che oggi non vogliono più chiamare il progetto-Legge col nome del suo legittimo autore, ma la chiamano col numero 30. Perché? Semplice, via un numero se ne gioca un altro. E così, dopo che il prof. Biagi ha operato la sostituzione dei vecchi Co.Co. Co (collaboratori cooordinati continuativi, nati sotto il governo dell'Ulivo e che suonano come gallinacci da stia) con il dignitoso Lavoro a Progetto,  si butta alle ortiche la sua fatica, il suo sacrificio professionale e umano, nel nome di non si sa bene quale massimalismo barricadero.
 
Un po' di coraggio "compagni" ipocriti: ditelo chiaro e tondo che volete affossare (stavo per dire riaffossare) la Legge Biagi, nel nome del vostro vecchio reperto ideologico "lo stato borghese si abbatte e non si cambia".
Abbiate, però, la dignità di chiamarla col suo legittimo nome, rinunciando ai trasformismi terminologici e  assumendovi fino in fondo le vostre responsabilità morali.

05 April 2006

Finkielkraut, l'Ue e la sua resa al Jihad nucleare iraniano

La minaccia iraniana incombe ma Alain Finkielkraut, filosofo francese di origine ebreo-polacca, non si fa, come già il suo collega Glucksmann, troppe illusioni circa le prese di posizione europee. Lo ha dichiarato in un'intervista al Foglio di Giuliano Ferrara. Perché? "perché esistono grandi differenze tra le nostre pubbliche opinioni". E a dimostrarlo sarebbe la diversa eco mediatica e di partecipazione ottenuta a Roma davanti all'Ambasciata iraniana durante la grande manifestazione  di protesta per le dichiarazioni antisioniste e antisemite di Ahmadinejad nel novembre scorso,  a fronte di quell'analoga francese. "Mi trovavo a Firenze e assistetti a un dibattito tv tra Rutelli e Fini, i quali pur con sfumature diverse facevano la stessa diagnosi. In Francia, invece, il Conseil des Institutions des Juives, riuscì a radunare a Parigi soltanto poche persone tra l'indifferenza generale". Irenismo, progressismo ed egualitarismo terzomondista formerebbero dunque la miscela tipica del Vecchio Continente.
"L'Ue è nata dalla comune decisione degli stati di interrare l'ascia di guerra. NON CI COMBATTEREMO PIU' -  decretarono le nazioni europee. Siccome la guerra è sempre  nata dagli stati d'Europa abbiamo difficoltà a capire che avere nemici non dipende soltanto da noi".
 E ancora: "Il progressista è uno che non ha capito l'11 settembre, non si è accorto che quel giorno sono comparse separazioni ben più profonde. Eravamo trascinati dalla passione dell'uguaglianza, della comunicazione, ma gli aerei quel giorno si sono trasformati in armi da guerra per abbattersi contro i simboli del commercio. L'umanità si è trovata di fronte all'impenetrabilità reciproca di due comunità umane. Alcuni però continuano a vedere un'unica guerra, tra dominanti e dominati tra "Impero e moltitudine" - come dice Toni Negri".
 
Ma per Finkielkraut l'idea più perniciosa è un'altra ancora: "E' l'egualitarismo terzomondista che non intende stabilire differenze tra gli stati e sostiene che siccome Israele ha l'arma nucleare, non si vede perché si dovrebbe impedire in Iran di averla. Ma esistono stati-canaglia, stati ideologici. O l'atomica non ce l'ha nessuno, o se ce l'ha qualcuno allora possono averla tutti". E ancora:" Se ammetti che Israele possa avere l'atomica e l'Iran invece no, vieni subito tacciati di razzismo,  almeno in Francia".
Dunque secondo il suo pensiero ciò non sarebbe che l'applicazione automatica di un ideale democratico secondo cui ci si rifiuta di stabilire differenze tra stati e stati in nome dell'uguaglianza d'ogni essere umano. (riassunto da Il Foglio)
 
Problemi aperti:
 
1) La Francia ha importato attraverso la dottrina Mitterand la peggior teppaglia politica dall'Italia: Toni Negri, Cesare Battisti, Piperno, Oreste Scalzone e numerosi altri. Costoro non sono certo stati fermi e con le mani in mano durante il loro dorato esilio francese,  facendo propaganda antiamericana, antiisraeliana e antisemita a gogò.
2) La Francia ha avuto una migrazione selvaggia della prima, seconda e terza generazione dai paesi del Maghreb e le banlieues sono brodo di coltura del razzismo, tribalismo e antisemitismo (si veda il recente caso di Ilan Hariri e il suo feroce assassinio).
3) Il nazionalismo e l'assimilazionismo francese alla République vuole far credere di poter controllare i flussi migratori, ma ciò si è rivelato fasullo e mendace. Al contrario si sono sviluppate le politiche sociali e paternaliste dei sussidi che hanno incentivato fannullonaggine e violenza nelle periferie.
4) Non dimentichiamo che Chirac è stato eletto coi voti determinanti della gauche francese contro Le Pen (la honte - la vergogna)
 Pertanto è debitore alle sinistre e alla CGT. Per questo finisce con l'esserne ostaggio, fenomeno a cui assistiamo anche in  questi  giorni durante la protesta studentesca: pur di rimanere a galla, scaricherebbe anche i suoi. E lo farà. (Nessie)

01 April 2006

Ayan Hirsi Ali, non sottomessa al comunislam

Io penso che il profeta Maometto ha avuto il torto di ergersi, lui e le sue idee al di sopra di ogni pensiero critico.

Io penso che il profeta Maometto ha avuto il torto di subordinare le donne agli uomini.

Io penso che il profeta Maometto ha avuto torto di decretare che bisognava assassinare gli omosessuali.

Io penso che il profeta Maometto ha avuto torto di dire che bisognava uccidere gli apostati.

Aveva torto di dire che le adultere vanno frustate e lapidate, che ai ladri si debba tagliare le mani.

Aveva torto di dire che chi muore per la causa di Allah va in paradiso.

Aveva torto nel pretendere che una società giusta poteva essere edificata solo sulle sue idee.

Il Profeta faceva e diceva buone cose. Incoraggiava la carità verso gli altri. Ma sostengo che fosse irriguardoso e insensibile con quelli che non erano d'accordo con lui.
Penso che sia bene fare disegni critici e film su Maometto. E' necessario scrivere libri su di lui. E tuttò ciò per la semplice educazione dei cittadini. Io non cerco di offendere i sentimenti religiosi altrui, ma non posso sottomettermi alla tirannia.
Esigere che gli uomini e le donne che non accettano l'insegnamento del Profeta s'astengano dal disegnarlo, non è una domanda di rispetto, è una domanda di sottomissione.
Io non sono la sola dissidente dell'islam, ce ne sono molti in Occidente. E se non dispongono di guardia del corpo, devono lavorare sotto falsa identità per proteggersi dalle aggressioni. Ma ce ne sono molti altri a Teheran, Doha, Riad, Amman e al Cairo, come a Kartum, Mogadiscio, Lahore e Kabul.
I dissidenti dell'islamismo, come quelli del comunismo di un tempo, non hanno bombe atomiche né nessun altra arma. Non possiedono i denari provenienti dal petrolio come i Sauditi e non bruciano ambasciate né bandiere. Ci rifiutiamo di imbarcarci in una folle violenza collettiva. Del resto, siamo troppo pochi e troppo dispersi per diventare collettività.Qui in Occidente, dal punto di vista elettorale, non contiamo nulla.
Noi non abbiamo che le nostre idee e non chiediamo che la possibilità di poterle esprimere. I nostri nemici impiegheranno, se necessario, la violenza per farci tacere. Utilizzeranno la manipolazione, fingeranno d' essere mortalmente offesi. Diranno ovunque che siamo esseri mentalmente labili per impedirici di venire presi sul serio. Tutto ciò non è una novità: i partigiani del comunismo hanno largamente impiegato questi metodi.
Berlino è una città all'insegna dell'ottimismo. Il comunismo ha fallito, il Muro è stato abbattuto. E anche se oggi le cose sembrano difficili e confuse, sono certa che il muro virtuale tra gli amanti della LIbertà e quelli che soccombono alla seduzione e alla comodità delle idee totalitarie, questo stesso muro, un giorno sparirà. (Ayan Hirsi Ali, da Le Monde del 15-2-06)
Questo stralcio da me tradotto in Italiano, dal discorso di Ayan Hirsi Ali (di origine somala e membro del Partito Liberale VVD d'Olanda) invitata a parlare il 9 febbraio u.s. a Berlino durante "l'affaire vignette", ha per titolo "Sono una dissidente dell'islam", e mette assai bene in raffronto le analogie fra il totalitarismo islamista e quello comunista. Di grande valore simbolico, visto che Ayan lo tenne proprio nella città del Muro della Vergogna. L' Occidente aiuti Ayan e quelli come lei ad abbattere i nuovi muri : reali e virtuali! Aiutando tutti quelli come lei, aiuteremo anche noi stessi.