L'hanno promesso. Se vinceranno aboliranno la Legge Biagi. Speriamo di no, che non vincano. Ma è inutile far finta di non sapere che la loro vittoria potrebbe comportare un'operazione di "deberlusconizzazione" totale. Qualcuno aggiunge già "totalitaria".
Fini si chiede come mai la sinistra si ostina a chiamare la Legge Biagi, Legge 30, senza fare menzione del nome del professore assassinato il 19 marzo del 2002 dalle BR, mentre rincasava con la sua bicicletta nel suo appartamento di Bologna.
Io credo che Fini lo sappia benissimo. Ma nel caso non lo sapesse glielo diciamo noi. Perché, dal momento che la sinistra vuole eliminarla, si predispone già sul piano linguistico, a edulcorare la sua operazione abolizionista. Se dovesse dire a chiare lettere: "Noi elimineremo la Legge Biagi" la cosa avrebbe uno strano suono metaforico: un po' come se il povero giuslavorista e collaboratore del Ministro del Welfare Maroni, venisse fatto fuori due volte. Così, invece, detta alla Bertinotti, Legge 30, sa molto di sindacalese. Quel sindacalese impersonale, burocratico e demagogico a cui siamo avvezzi da molti - da troppi anni.
Ma c'è un altro strano senso di colpa della sinistra specie negli ambienti sindacali più oltranzisti: l'aver osteggiato con ogni mezzo quella legge-delega in materia di occupazione e mercato del lavoro, tacciando il suo ideatore di "traditore" poiché Marco Biagi, uomo della sinistra riformista credette così tanto nel suo progetto da volerlo proporre comunque a un Governo di colore diverso.Tutti ricorderanno la livorosa campagna anti-Biagi di Sergio Cofferati, per ironia della sorte, attuale sindaco nella città del Professore assassinato; e tutti ricordano chi furono quelli che Giuliano Ferrara indicò più volte come "i mandanti linguistici" degli assassini di Biagi.
La violenza viene prima ideata, poi scritta, poi fomentata. Quindi da quella verbale a brandire una pistola, il passo è breve. Dopotutto di trattava di un "traditore", e quindi, secondo le categorie ideologiche di certa sinistra, di un nemico di classe da abbattere. Ragion per cui gli esecutori materiali furono Nadia Lioce, Mezzasalma e i suoi compari. Ma la campagna d'odio scaturì e prese avvio dagli ambienti istituzionali: sindacati, commissioni del lavoro, giornali di sinistra come l'Unità , Liberazione e il Manifesto. Quegli stessi che oggi non vogliono più chiamare il progetto-Legge col nome del suo legittimo autore, ma la chiamano col numero 30. Perché? Semplice, via un numero se ne gioca un altro. E così, dopo che il prof. Biagi ha operato la sostituzione dei vecchi Co.Co. Co (collaboratori cooordinati continuativi, nati sotto il governo dell'Ulivo e che suonano come gallinacci da stia) con il dignitoso Lavoro a Progetto, si butta alle ortiche la sua fatica, il suo sacrificio professionale e umano, nel nome di non si sa bene quale massimalismo barricadero.
Un po' di coraggio "compagni" ipocriti: ditelo chiaro e tondo che volete affossare (stavo per dire riaffossare) la Legge Biagi, nel nome del vostro vecchio reperto ideologico "lo stato borghese si abbatte e non si cambia".
Abbiate, però, la dignità di chiamarla col suo legittimo nome, rinunciando ai trasformismi terminologici e assumendovi fino in fondo le vostre responsabilità morali.

