E' difficile contrastare l'attuale retorica bellicista con le ragioni della pace senza dover cadere, magari inconsapevolmente, nella retorica pacifista. Proverò a ricordare che gli interventisti da salotto come Renzi e la sua voglia di emulare Macron-Napoléon (in queste ore alle prese col cataclisma elettorale del Rassemblement National), come Molinari di Repubblica e come l'onnipresente Mieli, non sono in grado di manovrare nemmeno una cerbottana o una fionda, ma si esaltano, sobillano e aizzano alla guerra contro la Russia, con il solito codardo appello dell'armiamoci e partite. Tenterò di far presente che quando le bolle speculative esplodono e il debito mondiale detenuto dagli Usa cresce a dismisura, per le élite non c'è nulla di meglio che una bella guerra. La guerra (possibilmente mondiale) è l'occasione unica per un vero e proprio Grande Reset.
Perché scoppiano le guerre? - mi chiedevo quando ancora liceale, ero alle prese coi manuali di storia. Certamente non mi sarei mai accontentata nemmeno allora, della semplicistica spiegazione ripetuta più volte da Bergoglio, secondo cui devono arricchirsi le fabbriche e i trafficanti d'armi. Troppo banale per essere considerata l'unica ragione. Le guerre deflagrano per una quantità imprecisata di motivi: per espansione territoriale, per l'accaparramento di materie prime che una certa potenza pensa di prelevare da altri paesi; per sottrarre zone strategiche situate in posti chiave o in zone geografiche favorevoli al predomino (l'Eurasia nella dottrina Mackinder). Per la sete di predominio degli uomini di nazioni già ricche, per avidità, per rapacità, per odio fra fazioni...
Che effetto fa, come è avvenuto nei giorni scorsi, celebrare uno sbarco che è costato migliaia di vittime da ambo i fronti come quello di Normandia, in occasione della ricorrenza dell'Ottantesimo anno? Se si osservano le passerelle dei reali britannici e dei vari capi di stato dai media mainstream, sembra quasi che fosse stata solo un'impresa eroica di tipo hollywoodiano priva di effetti collaterali: le migliaia di morti lasciati sul campo.
Recatevi a vedere il cimitero americano militare di Colleville-sur-Mer e vedrete croci a perdita d'occhio (quasi 10.000) che degradano in bianche fughe fino alla falesia sul mare. Migliaia di morti in giovane età le cui salme vengono affidate ai venti dell'oceano e al fragore delle onde, perché sì, questi crudeli e cinici Signori della guerra, devono imporre le loro missioni di morte, a chi si affaccia alla vita. Che cosa avranno raccontato a quei ragazzi per indurli alla morte? Che andavano ad esportare la democrazia contro l'Uomo coi Baffetti e il suo sodale Mascellone italiano? Curiosamente oggi stanno trasferendo i "baffetti" assassini anche a Putin, il Vilain di turno che serve a legittimare un altro bagno di sangue e a rompere il tabù della pace duratura, troppo duratura. E' per lo meno sgomentevole la dichiarazione di Stoltenberg secondo cui se abbiamo avuto 75 anni di pace, ora sarebbe tempo di dissotterrare l'ascia di guerra. Ed ecco che si affaccia l'idea angosciosa del sacrificio inutile. Dell'inutile spargimento di sangue dei vincitori come dei vinti. Dell'assurdo sogno americano sull'esportazione di una democrazia a suon di bombe, magari sui civili. Sogno infranto e incubo reale non ancora finito, a quanto pare, alla luce della consapevolezza odierna secondo cui i modelli democratici dovrebbero essere perseguiti in proprio, nazione per nazione.
Altrettanto sgomentevole è leggere editoriali come quello che è apparso su Repubblica-Rothschild dal titolo "Ogni generazione ha il suo D-Day". Come dire: è arrivato il momento che possiamo dimostrare di essere tutti quanti degli Eroi. Fesserie stratosferiche! Una celebrazione come quella che vede Zelenski a capo di una nazione come l'Ucraina distintasi per aver collaborato coi tedeschi durante la II Guerra Mondiale, presenziare la cerimonia con l'aureola del martire, non può che avere come risultato una sgradevole sensazione di rigetto. Rigetto per l'ipocrisia e la falsificazione palese della Storia in sfregio ai suoi documenti e testimonianze. Inoltre, con che coraggio si parla di negoziati di pace nell'imminente G7 che si terrà nei pressi di Brindisi dal 13 al 15, impedendo alla Russia di sedere al tavolo delle trattative quale potenza direttamente cointeressata al conflitto? Falsificare la storia per impedire la verità: la Russia sovietica di allora - piaccia o meno - fu anch'essa tra gli attori combattenti contro il nazifascismo e lasciò pure il suo elevato tributo di morti sul campo. C'erano pure Mattarella e Scholz, presidenti di nazioni che ebbero in passato due dittature che travolsero il Novecento, i quali presenziavano con solennità all'evento memorialistico, manco avessero avuto legioni di soldati morti al loro seguito nell'impresa che avrebbe liberato il continente europeo. Insomma, siamo alla parata delle facce toste e delle mosche cocchiere!
La sera del 6 giugno Rai Movie ha mandato in onda - per non smentirsi - la proiezione del film "Il giorno più lungo", una pellicola fortemente propagandistica con un cast stellare dove i migliori attori furono pagati tutti quanti a 25.000 dollari (con l'eccezione di John Wayne che ne pretese 250.000 per via di certi contenziosi pregressi con il ricco produttore ebreo Darryl Zanuck). Le imprese paracadutistiche come la memorabile discesa alla Sainte-Mère-Eglise con l'immagine del parà John Steele rimasto impigliato nel campanile della chiesa, non furono solo rocambolesca finzione filmica. Quelle immagini fecero il giro del mondo e oggi rappresentano un'attrazione turistica per quel villaggio normanno che ha lasciato appeso il manichino del paracadutista alle guglie della chiesa, quale ricordo dell'avvenimento.
Altrettanto sgomentevole è leggere editoriali come quello che è apparso su Repubblica-Rothschild dal titolo "Ogni generazione ha il suo D-Day". Come dire: è arrivato il momento che possiamo dimostrare di essere tutti quanti degli Eroi. Fesserie stratosferiche! Una celebrazione come quella che vede Zelenski a capo di una nazione come l'Ucraina distintasi per aver collaborato coi tedeschi durante la II Guerra Mondiale, presenziare la cerimonia con l'aureola del martire, non può che avere come risultato una sgradevole sensazione di rigetto. Rigetto per l'ipocrisia e la falsificazione palese della Storia in sfregio ai suoi documenti e testimonianze. Inoltre, con che coraggio si parla di negoziati di pace nell'imminente G7 che si terrà nei pressi di Brindisi dal 13 al 15, impedendo alla Russia di sedere al tavolo delle trattative quale potenza direttamente cointeressata al conflitto? Falsificare la storia per impedire la verità: la Russia sovietica di allora - piaccia o meno - fu anch'essa tra gli attori combattenti contro il nazifascismo e lasciò pure il suo elevato tributo di morti sul campo. C'erano pure Mattarella e Scholz, presidenti di nazioni che ebbero in passato due dittature che travolsero il Novecento, i quali presenziavano con solennità all'evento memorialistico, manco avessero avuto legioni di soldati morti al loro seguito nell'impresa che avrebbe liberato il continente europeo. Insomma, siamo alla parata delle facce toste e delle mosche cocchiere!
La sera del 6 giugno Rai Movie ha mandato in onda - per non smentirsi - la proiezione del film "Il giorno più lungo", una pellicola fortemente propagandistica con un cast stellare dove i migliori attori furono pagati tutti quanti a 25.000 dollari (con l'eccezione di John Wayne che ne pretese 250.000 per via di certi contenziosi pregressi con il ricco produttore ebreo Darryl Zanuck). Le imprese paracadutistiche come la memorabile discesa alla Sainte-Mère-Eglise con l'immagine del parà John Steele rimasto impigliato nel campanile della chiesa, non furono solo rocambolesca finzione filmica. Quelle immagini fecero il giro del mondo e oggi rappresentano un'attrazione turistica per quel villaggio normanno che ha lasciato appeso il manichino del paracadutista alle guglie della chiesa, quale ricordo dell'avvenimento.
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| Sainte Mère Eglise, il manichino del paracadutista appeso |
Curiosamente la vera assurdità della guerra è racchiusa nelle battute finali del film. Un soldato ferito (Richard Burton), che guarda il suo commilitone morto ai suoi piedi e che confida a un ranger (Richard Wagner) disperso accanto a lui : "Io sono ferito, lì c'è il morto e tu sei disperso" - una sintesi mirabile di che cosa è una guerra. Mentre il ranger capitato da non si sa bene quale sconosciuta spiaggia, chiede attonito: "ma almeno abbiamo vinto o no?". Uno straniamento tipico di chi è reduce da una battaglia, ma non conosce il risultato complessivo del teatro bellico che lo attornia.
L'altra faccia del D-Day è il silenzio delle moltitudini di croci di Colleville, tra cielo, mare, verde e vento, le incisioni coi nomi sulle croci in un luogo di eterno riposo dove gli ufficiali graduati e i soldati semplici sono sepolti insieme. C'è spazio anche per i nomi dei soldati dispersi, raccolti nell' apposito memoriale in una sala interna. Il tempo passa, le generazioni si avvicendano e i discendenti di questa immensa Spoon River militare situata davanti all'Atlantico forse non sapranno nemmeno più perché e per chi sono morti i loro predecessori. Ma ancor oggi, questi drammi dell'umanità non sono finiti.
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| Pointe du Hoc, uno dei luoghi dello sbarco in Normandia |
Se potessero parlare quelle povere anime degli estinti, chiederebbero, come il soldato disperso del film, ai potenti della terra in visita per l'Ottantesimo anniversario: ma abbiamo vinto o no?
Sì, perché in guerra non vince mai nessuno, nemmeno i dominatori con la loro lunga scia di sangue dietro di loro. La pace, invece conviene, non tanto per obbedire a una retorica pacifista che non è nelle mie corde, ma perché in tempi di pace vince la civiltà e la prosperità; pertanto, vinciamo tutti. Ma vallo a far capire!
Giorno della festa della Marina




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