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10 June 2024

Colleville-sur-Mer, l'altra faccia del D-Day






E' difficile contrastare l'attuale retorica bellicista con le ragioni della pace senza  dover cadere, magari inconsapevolmente, nella retorica pacifista. Proverò a ricordare che gli interventisti da salotto come Renzi e la sua voglia di emulare Macron-Napoléon (in queste ore alle prese col cataclisma elettorale del Rassemblement National), come Molinari di Repubblica e come l'onnipresente Mieli, non sono in grado di manovrare nemmeno una cerbottana o una fionda, ma si esaltano, sobillano e aizzano alla guerra contro la Russia, con il solito codardo appello dell'armiamoci e partite. Tenterò di far presente che quando le bolle speculative esplodono e il debito mondiale detenuto dagli Usa cresce a dismisura, per le élite non c'è nulla di meglio che una bella guerra. La guerra (possibilmente mondiale) è l'occasione unica per un vero e proprio Grande Reset.

Perché scoppiano le guerre? - mi chiedevo quando ancora liceale, ero alle prese coi manuali di storia. Certamente non mi sarei mai accontentata nemmeno allora, della semplicistica spiegazione ripetuta più volte da Bergoglio, secondo cui devono arricchirsi le fabbriche e i trafficanti d'armi. Troppo banale per essere considerata l'unica ragione. Le guerre deflagrano per una quantità imprecisata di motivi: per espansione territoriale, per l'accaparramento di materie prime che una certa potenza pensa di prelevare da altri paesi;  per sottrarre zone strategiche situate in posti chiave o in zone geografiche favorevoli al predomino (l'Eurasia nella dottrina Mackinder). Per la sete di predominio degli uomini di nazioni già ricche, per avidità, per rapacità, per odio fra fazioni...

Che effetto fa,  come è avvenuto nei giorni scorsi, celebrare uno sbarco che è costato migliaia di vittime da ambo i fronti come quello di Normandia, in occasione della ricorrenza dell'Ottantesimo anno? Se si osservano le passerelle dei  reali britannici e dei vari capi di stato dai media mainstream, sembra quasi  che  fosse  stata solo un'impresa eroica di tipo hollywoodiano priva di effetti collaterali: le migliaia di morti lasciati sul campo.
Recatevi a vedere il cimitero americano militare di Colleville-sur-Mer e vedrete croci a perdita d'occhio  (quasi 10.000) che degradano in bianche fughe fino alla falesia sul mare. Migliaia di morti in giovane età le cui salme vengono affidate ai venti dell'oceano e al fragore delle onde, perché sì, questi crudeli e cinici Signori della guerra, devono imporre le loro missioni di morte, a  chi si affaccia alla vita. Che cosa avranno raccontato a quei ragazzi per indurli alla morte? Che andavano ad esportare la democrazia contro l'Uomo coi Baffetti e il suo sodale Mascellone italiano? Curiosamente oggi stanno trasferendo i "baffetti" assassini anche a Putin, il Vilain di turno che serve a legittimare un altro bagno di sangue e a rompere il tabù della pace duratura, troppo duratura. E' per lo meno sgomentevole la dichiarazione di Stoltenberg secondo cui se abbiamo avuto 75 anni di pace,  ora sarebbe tempo di dissotterrare l'ascia di guerra. Ed ecco che si affaccia l'idea angosciosa del sacrificio inutile. Dell'inutile spargimento di sangue dei vincitori come dei vinti. Dell'assurdo sogno americano sull'esportazione di una democrazia a suon di bombe, magari sui civili. Sogno infranto e incubo reale non ancora finito, a quanto pare, alla luce della consapevolezza odierna secondo cui i modelli democratici dovrebbero essere perseguiti in proprio, nazione per nazione. 
Altrettanto sgomentevole è leggere editoriali come quello che è apparso su Repubblica-Rothschild dal titolo "Ogni generazione ha il  suo D-Day". Come dire: è arrivato il momento che possiamo dimostrare di essere tutti quanti degli Eroi. Fesserie stratosferiche! Una celebrazione come quella che vede Zelenski a capo di una nazione come l'Ucraina distintasi per aver collaborato coi tedeschi durante la II Guerra Mondiale, presenziare la cerimonia con l'aureola del martire, non può che avere come risultato una sgradevole sensazione di rigetto. Rigetto per l'ipocrisia e la falsificazione palese della Storia in sfregio ai suoi documenti e testimonianze. Inoltre, con che coraggio si parla di negoziati di pace nell'imminente  G7 che si terrà nei pressi di Brindisi dal 13 al 15, impedendo alla Russia di sedere al tavolo delle trattative quale potenza direttamente cointeressata al conflitto? Falsificare la storia per impedire la verità: la Russia sovietica di allora - piaccia o meno - fu anch'essa tra gli attori combattenti contro il nazifascismo e lasciò pure il suo elevato tributo di morti sul campo.  C'erano pure Mattarella e Scholz, presidenti di nazioni che ebbero in passato due dittature che travolsero il Novecento, i quali presenziavano con solennità all'evento memorialistico, manco avessero avuto legioni di soldati morti al loro seguito nell'impresa che avrebbe liberato il continente europeo. Insomma, siamo alla parata delle facce toste e delle mosche cocchiere!

La sera del 6 giugno Rai Movie ha mandato in onda - per non smentirsi - la proiezione del film "Il giorno più lungo", una pellicola fortemente propagandistica con un cast stellare dove i migliori attori furono pagati tutti quanti a 25.000 dollari (con l'eccezione di John Wayne che ne pretese 250.000 per via di certi contenziosi pregressi con il ricco produttore ebreo Darryl Zanuck). Le imprese paracadutistiche come la memorabile discesa alla Sainte-Mère-Eglise con l'immagine del parà John Steele rimasto impigliato nel campanile della chiesa, non furono solo rocambolesca finzione filmica. Quelle immagini fecero il giro del mondo e oggi rappresentano un'attrazione turistica per quel villaggio normanno che ha lasciato appeso il manichino del paracadutista alle guglie della chiesa, quale ricordo dell'avvenimento.

Sainte Mère Eglise, il manichino del paracadutista appeso

 Curiosamente la vera assurdità della guerra è racchiusa nelle battute finali del film. Un soldato ferito (Richard Burton), che guarda il suo commilitone morto ai suoi piedi e che confida a un ranger (Richard Wagner) disperso accanto a lui : "Io sono ferito, lì c'è il morto e tu sei disperso" - una sintesi mirabile di che cosa è una guerra.  Mentre il ranger capitato da non si sa bene quale sconosciuta spiaggia, chiede attonito: "ma almeno abbiamo vinto o no?". Uno straniamento tipico di chi è reduce da una battaglia, ma non conosce il risultato complessivo del teatro bellico che lo attornia. 
L'altra faccia del D-Day è il silenzio delle moltitudini di croci di Colleville, tra cielo, mare, verde e vento, le incisioni coi nomi sulle croci in un luogo di eterno riposo dove gli ufficiali graduati e i soldati semplici sono sepolti insieme. C'è spazio anche per i nomi dei soldati dispersi, raccolti nell' apposito memoriale in una sala interna. Il tempo passa, le generazioni si avvicendano e i discendenti di questa immensa Spoon River militare situata davanti all'Atlantico forse non sapranno nemmeno più perché e per chi sono morti i loro predecessori. Ma ancor oggi, questi drammi dell'umanità non sono finiti.

Pointe du Hoc, uno dei luoghi dello sbarco in Normandia

Se potessero parlare quelle povere anime degli estinti, chiederebbero, come il soldato disperso del film, ai potenti della terra in visita per l'Ottantesimo anniversario: ma abbiamo vinto o no?
Sì, perché in guerra non vince mai nessuno, nemmeno i dominatori con la loro lunga scia di sangue dietro di loro. La pace, invece conviene, non tanto per obbedire a una retorica pacifista che non è nelle mie corde, ma perché in tempi di  pace vince la civiltà e la prosperità;  pertanto, vinciamo tutti. Ma vallo a far capire!

Giorno della festa della Marina






04 January 2016

L'Albione del Leviatano



Le vacanze natalizie offrono il pretesto per lunghe letture e meditazioni. Ho finito di leggere un vecchio  saggio, "Terra e mare" di Carl Schmitt e in esso si trovano molti spunti interessanti di quella "rivoluzione spaziale planetaria" che  a partire dal periodo elisabettiano si è protratta fino ai nostri giorni, continuando con l'attuale globalizzazione. L'idea-fulcro di Schmitt è che la storia del mondo sia storia della lotta tra le potenze marittime contro le potenze terrestri, storia del Leviatano (la possente balena) contro Behemot, l'animale mitico che si immaginava come un possente toro o elefante (o  anche ippopotamo). La regina Elisabetta fu certamente ritenuta la grande fondatrice del dominio inglese sui mari. Fu lei a iniziare la guerra contro la Spagna, potenza mondiale cattolica e fu sotto il suo governo che l'Armada spagnola (detta "l'invincibile")  venne sconfitta nel 1588 sulla Manica. Fu sempre lei a onorare pirati come Francis Drake e corsari navigatori come Walter Raleigh entrambi nominati "sir" da lei stessa. E fu sotto il suo regno che prese avvio  nel 1600 la leggendaria Compagnia delle Indie Orientali. In precedenza gli inglesi erano allevatori di pecore che mandavano la lana nelle Fiandre  per trasformarla in tessuti. Con la citata sovrana invece  affluivano all'isola britannica i favolosi bottini dei corsari e dei pirati. "La regina si rallegrava di tali tesori e se ne arricchiva". 
Un ottimo esempio di capitalismo di rapina e di quelli che divennero ben presto corsairs-capitalists (capitalisti corsari) è offerto da Schimtt attraverso le vicende  piratesche della famiglia Killigrew di Cornovaglia. 

La famiglia Killigrew risiedeva ad Arwenack in Cornovaglia. Al tempo della regina Elisabetta il capofamiglia era Sir John Killigrew, viceammiraglio di Cornovaglia e regio governatore ereditario di Bendennis Castle. Egli agiva in perfetta sintonia con Lord Burleigh primo ministro della regina. (...) I Killigrew organizzavano gli assalti e le scorrerie, appostavano le navi che si avvicinavano alle loro coste, vigilavano sulla spartizione del bottino e vendevano quote, carichi e uffici. Il palazzo che la famiglia abitava sorgeva direttamente sul mare  in un settore chiuso del porto di Falmouth, ed era dotato di un passaggio segreto per giungere ai moli. (...) Quando diventò l'abile ed efficiente collaboratrice del  marito, la nobile Lady Killigrew aveva già avuto modo di assistere nella sua attività, il padre, un insigne gentleman pirate. Provvedeva ad alloggiare pirati in casa sua ed era la più ospitale delle padrone di casa. (...). 
Di rado l'attività della famiglia Killigrew fu disturbata o addirittura impedita dalle autorità regie. Soltanto una volta, nel 1582, si giunse ad una vera e propria interferenza. Una nave dell'Ansa, stazzante 144 tonnellate e di proprietà di due spagnoli, a causa di una tempesta era stata costretta a riparare nel porto di Flamouth. Dato che in quel periodo l'Inghilterra era in pace con la Spagna, gli ignari spagnoli gettarono l'ancora, proprio di fronte al palazzo di Arwenack. Lady Killigrew notò la nave dalla finestra, e il suo occhio esperto vide subito che il carico era costituito da preziose stoffe olandesi. Nella notte del 7 gennaio 1582 uomini armati dei Killigrew, guidati personalmente dalla Lady, assalirono il vascello inerme, massacrarono l'equipaggio, gettarono cadaveri in mare e tornarono ad Arwenack con le preziose stoffe olandesi ed altro bottino. La nave stessa scomparve misteriosamente in direzione dell'Irlanda I due proprietari spagnoli per loro fortuna  non si trovavano a bordo, poiché avevano pernottato in una locanda sulla terraferma. Sporsero quindi denuncia presso il competente foro inglese di Cornovaglia, il quale dopo alcune indagini, pervenne alla conclusione che la nave era stata probabilmente rubata da ignoti e che per il resto delle circostanze non potevano essere ulteriormente chiarite. Ma si dava il caso che i due spagnoli avessero buone relazioni politiche, sicché riuscirono a portare la questione all'attenzione delle autorità di Londra, tanto che fu ordinata una nuova inchiesta. Lady Killigrew e i suoi accoliti dovettero presentarsi al cospetto di un tribunale della contea. La gentildonna fu riconosciuta colpevole e condannata a morte. Due suoi complici furono giustiziati, lei fu graziata all'ultimo momento.


                                                                        
Ricopiato manualmente  (e non copiaincollato) dal saggio "Terra e Mare" di Carl Schmitt" - Edizioni Adelphi (pag. 49, 50, 51) .

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De te fabula narratur. Il saggio di Schmitt scritto nel lontano 1942 è un affascinante amalgama di interpretazione storica, e teoria politica, mitografia e teologia, filosofia ed un pizzico di esotorismo che contiene felicissime intuizioni anche sul ruolo di quello che sarà il continente americano: "la vecchia e troppo piccola isola, insieme a tutta la potenza marittima mondiale costruita su di essa, doveva essere agganciata alla nuova isola e portata in salvo da una gigantesca nave da salvataggio". Sono pertanto gli Stati Uniti d'America la vera grande "isola contemporanea". Soprattutto nella realtà dei fatti si è già insediato sulla scena mondiale il vero nuovo "arbitro della terra", gli Stati Uniti d'America. Schmitt spiega il suo ruolo giuridico-internazionale richiamandosi alla celebre dottrina Monroe del 1823. La  piccola isola d'Albione che si fonde  con "l'isola maggiore" d'Oltreatlantico, nasce da un "bisogno conservatore di sicurezza geopolitica". Razza, lingua e cultura ne sono elementi  aggiuntivi certamente idonei alla sua composizione. E la predazione dei Leviatani continua...Qualcuno li fermerà? E se sì, chi sarà il nuovo Behemot, l'animale mitico di terra, in grado di imbrigliarli? 

26 June 2011

Ustica: più che strage di Stato è strage di Nato

Ricorre domani il triste anniversario di quel 27 giugno 1980, nel quale un DC 9 dell'Itavia venne inghiottito nel nulla sui cieli di Ustica e 81 passeggeri morirono in una misteriosa guerra dell'aria. Ce lo ricorda il tenace Andrea Purgatori  che non mollò mai l'inchiesta come inviato del Corriere della Sera, nell'articolo odierno "Quattro aerei che  portano in Francia". Purgatori (nella foto) fu inoltre sceneggiatore del film "Il Muro di Gomma", che parla della citata strage.  
Già, fu Cossiga nelle sue interviste e anche nel suo ultimo libro  "Fotti il potere" che parlò chiaro e tondo indicando come mandante gli aerei francesi sotto la bandiera Nato i quali uscirono in volo dalla baia di Solenzara in Corsica. 
Dopo 31 anni (fa parte di quelle annose inchieste in cui mai se ne venne definitivamente a capo) ora siamo al redde rationem: quattro aerei tre caccia e un Awacs, battono bandiera francese sotto l'egida Nato. C'è una rogatoria a carico della Nato, ma l'impresa non è facile, visto che ci vuole il consenso dei 28 paesi membri. Passerà la rogatoria? E  i nostri cari cuginetti d'Oltralpe come reagiranno?
Molti sono gli interrogativi che solleva l'articolo di Purgatori. Perché dopo 31 anni, solo ora siamo arrivati al giro di boa? C'è un piano per "ridimensionare" Sarkozy, che peraltro non ebbe nulla a che fare con l'affare Ustica dell'allora presidente francese Giscard d'Estaing? Insomma, comunque sia, i tempi sono sospetti, proprio ora che tutte le forze Nato sono unite per far fuori Gheddafi. Ora, come allora del resto, tenuto conto che la battaglia aerea avrebbe dovuto essere indirizzata contro un aereo libico, ma è stato "sacrificato" un nostro DC9. Non dimentichiamo poi i numerosi altri "misteri" intorno a questo giallo: la strana morte del controllore di volo Mario Dettori, trovato impiccato ad un albero. La morte misteriosa del cap. Maurizio Gari, responsabile  di turno della sala radar, morto stroncato da un infarto a 32 anni, pur avendo goduto fino allora di ottima salute. Inoltre, la morte (accidentale?) dei capitani Nutarelli e Naldini, già testimoni della strage, durante la disastrosa esibizione delle Frecce tricolori a Ramstein.
Una strage che conta 81 vittime sul DC9 più i quattro citati che fanno 85 in tutto. La verità prima o poi verrà a galla, ma accade quasi  sempre  quando serve a qualcun altro più in alto nelle sfere del Potere. E non certo affinché Giustizia sia fatta nei confronti dei poveri parenti delle vittime.
Ustica, più che strage di Stato è strage di Nato. Dai nemici mi guardo io, dagli amici (o alleati) mi guardi Iddio.

Qui la ricostruzione della vicenda nella trasmissione di Giovanni Minoli La storia siamo noi

23 May 2011

La sindrome di Stoccolma dei figli delle vittime



Lacreme napuletane versate il 9 maggio scorso. Giorgio Napolitano si commosse durante la giornata della memoria  dedicata alle vittime del terrorismo degli anni di piombo. Si commosse nello scandire con voce rotta dall'emozione i nomi dei giudici uccisi dai terroristi. Napolitano però si è guardato bene dal commuoversi per altre vite spezzate legate a quei catastrofici anni: giornalisti, imprenditori, commercianti, agenti di polizia, comuni civili che erano lì per caso. Onore a quei giudici caduti, per mano del piombo assassino, certo;  ma anche a tutte le altre vittime che Napolitano ha omesso di menzionare. Qualcosa però non mi torna nell'atteggiamento di alcuni figli delle vittime del terrorismo.
Penso a Benedetta Tobagi, che da piccola vide il suo povero padre Walter Tobagi, giornalista del Corriere della Sera, ucciso spietatamente da un commando terrorista della Brigata XXVIII marzo. Era un maggio piovoso, cupo e tetro come se fossimo in autunno, quel lontano 28 maggio del 1980. Ho ancora davanti agli occhi quelle immagini mandate in onda dalla tv,  del povero caduto sul selciato ricoperto di un telo bianco, mentre la moglie che teneva per mano una bimba  di tre anni (Benedetta) procedeva alla mesta identificazione del corpo del marito freddato sotto casa, cercando di farsi forza.
Ma ecco la domanda. Giuliano Pisapia di cui è possibile rintracciare sul web la sua biografia, è stato amico dell'assassino di Walter Tobagi, quel tal Marco Barbone, figlio di un direttore editoriale della Sansoni editrice, gruppo legato alla stessa RCS. Quel Barbone che infierì ulteriormente sul povero giornalista caduto, assestandogli il quinto colpo alla testa (il cosiddetto colpo di grazia). Costui, se la cavò con una condanna di  soli otto anni.  Poi, anche grazie al PM Armando Spataro (toga notoriamente rossa)  non li scontò perché collaborò a sgominare la banda armata per cui lavorava. Non si buscò neanche un giorno di detenzione, la complice di Marco Barbone, quella Caterina Rosenzweig giovane rampolla di famiglia "bene".
Alzi la mano chi mai voterebbe per la candidatura a sindaco di Milano  un avvocato, che quantunque abbia fatto il proprio mestiere di avvocato, è stato in amicizia  con i circoli politici degli assassini del proprio padre. Io non lo farei e molti altri al posto mio, nemmeno.   E' per lo meno sgomentevole che i figli delle vittime del terrorismo rosso, siano così smemorati nei confronti di un'ideologia così mostruosa che predica di sopprimere la vita a chi non la pensa come loro. Penso anche al figlio del commissario Calabresi e al figlio del giudice Emilio Alessandrini, ucciso da un comando di Prima Linea nel 1979. Capisco il risentimento di quest'ultimo nei confronti di quel manifesto di Lassini  del PdL che recitava "Fuori le BR dalla magistratura". Ma un manifesto è fatto per sintetizzare e semplificare al massimo tramite slogan, anche a rischio di risultare rozzo. Chi ha vissuto quegli anni e chi ha letto un po' di pubblicistica nel merito, sa che le BR erano saldamente infiltrate tramite  "nuclei interni" nei luoghi più impensati: redazioni di giornali, consigli di fabbrica, commissioni parlamentari sul lavoro, atenei universitari, per meglio colpire - come predicavano - "al cuore dello stato". E se la magistratura non è stata direttamente infiltrata, è altresì vero che non furono pochi i giudici di MD (magistratura cosiddetta "democratica") che affibbiarono pene lievi e lievissime nei confronti dei terroristi rossi e si mostrarono inspiegabilmente clementi e tolleranti  (il caso Barbone, assassino di Tobagi non è l'unico: penso anche agli artefici della strage di Primavalle, tutti a piede libero).
Mario Cervi. ha scritto in proposito un significativo articolo sui figli delle vittime del terrorismo che adesso difendono i loro carnefici, quasi fosse una sorta di sindrome di Stoccolma. Resta incomprensibile che i parenti delle vittime, si buttino volontariamente nelle fauci di quel mostro ideologico che ha prodotto tanto lutto, tanto dolore e tanta desolazione, anche ora che la sinistra si è autobonificata e sbianchettata, depositando l'eskimo per vestire in rassicuranti grisaglie. In questo senso, le lacrime di Napolitano sono tardive e  arrivano fuori dai tempi massimi.  
Che poi la Moratti non abbia saputo argomentare il problema con la dovuta finezza dialettica, questo è un altro paio di maniche.
Resta il fatto che chi promette una Milano più giusta e più pulita è stato anche l'avvocato di fior fior di teppaglia del G8 di Genova, del terrorista curdo Abdullah Ocalan legato al PKK,  a tutto fa pensare fuorché a una città  più degna. E se è vero che un amministratore deve innanzitutto illustrare il programma su come deve funzionare al meglio la municipalità che si appresta a presiedere  (come ho già scritto nel post precedente),  è altresì vero che è stata proprio Milano a lasciare sul selciato il più elevato numero di vittime cadute sotto il piombo di qualche P38, braccio armato dell' ideologia marxista. Di questa Milano, in bianco e nero fatta di pioggia, di piombo e di sangue nessun Italiano che si rispetti ha più alcuna nostalgia. A maggior ragione i milanesi.

21 November 2010

C'era una volta un piccolo Naviglio (Britannia Story)

Correva l'anno 1992. Ed era il 2 giugno, festa della Repubblica. Fu in quell'occasione che ci fecero la festa. Il panfilo Britannia navigava nelle acque tirreniche al largo di Civitavecchia. Sempre in quella data, Mario Draghi, allora funzionario del Tesoro, salì sul Britannia, il panfilo della Regina strapieno di banchieri della City londinese e non solo. Era stato dato l'ordine delle privatizzazioni, e la finanza internazionale voleva mettere le mani sui nostri gioielli industriali.
L'attacco speculativo contro la lira fu scatenato dal "filantropo" Georges Soros; ma la sua scommessa sul ribasso della nostra moneta fu aiutato da Moody's, l'agenzia di rating americana, che aveva declassato il debito pubblico italiano, mediante apposita campagna preventiva. Caso strano, al governo c'era allora Amato (mai eletto, uno dei tanti  «tecnici») e a Bankitalia, il venerato (e Venerabile) sor Ciampi, che l'anno dopo dovette assumere la direzione a "capo del governo",  ancora in veste di "tecnico".
Pure Occhetto fece parte dei passeggeri della crociera, ansioso com'era  di compiacere i nuovi padroni del vapore e di darsi una ripulita dai calcinacci dell'appena crollato Muro dell'Est. Stava infatti approntando "la gioiosa macchina da guerra" del Pds.
La complicità delle procure di Mani Pulite nell'operazione-svendita è comprovata in diversi articoli e analisi. Tra i quali questo.
Siccome la speculazione sulla lira servì a vendere (anzi, a svendere) al ribasso le nostre migliori industrie, la magistratura non toccò Amato, benché da sempre economo del PSI di  Craxi. Ergo, secondo il noto teorema applicato a tutti fuorché a lui, "non poteva non sapere". Tutta la storia e cronistoria di quella ferale crociera è riportata qui, un vero e proprio carteggio riepilogativo sull'affaire Britannia. Chi volesse accedere a  sunti più veloci invece legga qui L'ABC della svendita Italia.
Perché torno a occuparmi della famosa Crociera delle calamità non naturali? perché in questi giorni si ritorna a parlare vacuamente di "governi tecnici", di "governi di responsabilità", di "governi d'armistizio", "governi di scopo". Tutte formule fumose per indicare un'autoritaria e predatoria volontà ribaltonista. Perfino La Malfa che sta per sfiduciare il governo e a fare l'ennesimo salto della quaglia dal Pdl al probabile "nuovo centro di gravità impermanente", arriva a dare una "ripulita" terminologica alla nozione di tecnico dicendo che "tutto quanto è politico". Bella forza! se anche i "tecnici" fanno politica (la loro) per quale ragione allora non si presentano candidati facendosi eleggere regolarmente e in modo trasparente? 

Franco Bechis su Libero ha addirittura ammonito di portare via i conti e i depositi bancari, nel caso arrivasse Giuliano Amato, uno dei papabili alla guida del probabile "governo tecnico". E a chi non se ne vuole più ricordare, rinfrescherò la memoria. Come un notturno Topo Rosicans, Amato, dalla notte al giorno di un lugubre autunno '92, ci erose il 6 per mille da tutti i conti correnti e depositi bancari, come nemmeno il peggior dittatore da Banana Republic osa fare. Ora vorrebbero sdoganarcelo dalla Treccani per fare un Amato tris (lo abbiamo già avuto agli Interni nel governo Prodi). Giuliano Tretopi ci ha già fatto vedere i sorci verdi e in un paese democratico che applica la giustizia dovrebbe essere messo al fresco per "appropriazione indebita"; altro che parlare di una sua possibile ricandidatura a "tecnico"! Gli altri uomini d'oro per un eventuale governo del ribaltone  (cioè non eletto) , sono Draghi e Monti.  Il primo è uomo Goldman (più d'oro di così) nonché attuale governatore di Bankitalia,  e il secondo, un alto tecnocrate della Ue, nonché a sua volta ex advisor di Goldman nel 2005.   L'esecutivo governativo non molli, altrimenti lo spezzatino Italia è alle porte. Più che spezzatino, tratterebbesi questa volta,  di disjecta membra.
Peggio del funesto 1992, dato che la sovranità monetaria è perduta irreparabilmente in quella "terra incognita" che chiamasi "Eurozona", sempre angosciosamente stretta  tra salvataggi ai famosi PIIGS  ed esposizioni bancarie dei paesi più solidi (Germania e Francia). 

Sulla stessa tematica, l'articolo di Ida Magli "Antropologia del Potere".