Donald Trump ha detto una sacrosanta verità sulla stampa. Senza di lui molti giornalisti rimarrebbero disoccupati. Ma è anche vero il contrario: il magnate non può vivere senza essere attorniato da cronisti. Anche quando parlano male di lui. Di lui si sono interessati anche i registi e non per farne un divo, ma per presentare retroscena sulla sua formazione giovanile (immobiliarista, uomo d'affari e ora capo politico e due volte presidente). Mi è capitato in questi giorni il DVD del film "The Apprentice - Alle origini di Trump" (L'Apprendista) e non ho resistito alla tentazione di guardarlo. Il regista del film è il persiano-danese Ali Abbasi, scritto e sceneggiato dal giornalista Gabriel Sherman. Dirò subito che non è un grande film e che manca di vera potenza narrativa, quella che forse ne avrebbe potuto condizionare la rielezione del tycoon. Sembra un po' una fiction seriale di quelle che compaiono sulle piattaforme. Ma comprende una parte della vita del giovane Donald che non conoscevo. Il film è del 2024 a ridosso della sua rielezione, ma non arriva a parlare del caso Epstein. E' stato un film osteggiato e boicottato nella sua distribuzione, ma si trova comunque in circuito. Il Trump che Abbasi racconta rappresenta quell'etica del vincente senza scrupoli (un killer, come lui stesso ama autodefinirsi) che attualmente affascina molti, non solo americani, e per gran parte del film spinge il pubblico ad ammirare l'astuzia e la sua capacità di fare affari del suo protagonista, mostrando la realizzazione dei sui sogni: il Grand Hyatt a un passo dalla stazione, i casinò di Atlantic City, la Trump Tower, il Plaza, e sull'orizzonte la Casa Bianca che poi conquisterà due volte. Abbasi descrive il giovane Trump animato dal sacro fuoco dell'ambizione, dapprima con una certa gentilezza, e solo dopo ne rivela man mano le magagne affondando il coltello acuminato. Ma la vera star di questo film è Jeremy Strong nei panni del sulfureo Roy Cohn, l'avvocato del Diavolo che fa da mentore al giovane Donald e che gli insegna le regole del Potere. A parere di alcuni (e pure della sottoscritta), sarebbe stato meglio che il regista avesse narrato preferibilmente di lui e non di Trump, poiché una mente così contorta e perversa è difficile da trovarsi.
Del resto, il giovane Trump, nella prima parte del film , subisce fin da subito il suo carisma luciferino e cerca di ingraziarsene i favori, prima di staccarsi definitivamente dalla figura del padre immobiliarista autoritario che lo manda a raccogliere gli affitti degli inquilini inadempienti (dei poveracci di colore latini e afro). Tre sono le inesorabili regole del potere della scuola di Roy Cohn che alla fine cede e lo pone sotto la sua ala protettiva:
1) Attaccare, attaccare, attaccare
2) in caso di errori "Negare, negare, negare"
3) Non ammettere mai le sconfitte.
Per ironia del destino, vediamo che questa terza regola è stata ben applicata alla lettera dall'"apprendista" Trump nel conflitto in Iran. Quante volte gli abbiamo sentito dire che gli Usa hanno già vinto e che gli accordi sono a portata di mano? Senza contare che la soggezione esercitata dal mefistofelico avvocato sul suo pupillo, ricorda non poco, il rapporto tra Netanyahu e Trump.
Sullo sfondo una New York che si agita, cambia, si trasforma; gli anni '70 con la loro musica, gli incontri con Andy Warhol e l'underground newyorchese, Rupert Murdoch e altri personaggi famosi della politica e della società. C'è anche un rapido sguardo sugli anni '80 e le sue bolle speculative, la Reaganomics, fiumi di droga e partouze con cocaina a gogò (lo stesso Trump fece uso disinvolto di anfetamine), l'isteria per il nuovo virus AIDS (si rivedono mascherine e la fobia per la disinfezione-disinfestazione). Poi ovviamente, c'è l'incontro e il matrimonio burrascoso fra Trump e Ivana, l'ambiziosissima fotomodella dell'Est che diverrà sua moglie e che gli darà tre figli.
Sullo sfondo una New York che si agita, cambia, si trasforma; gli anni '70 con la loro musica, gli incontri con Andy Warhol e l'underground newyorchese, Rupert Murdoch e altri personaggi famosi della politica e della società. C'è anche un rapido sguardo sugli anni '80 e le sue bolle speculative, la Reaganomics, fiumi di droga e partouze con cocaina a gogò (lo stesso Trump fece uso disinvolto di anfetamine), l'isteria per il nuovo virus AIDS (si rivedono mascherine e la fobia per la disinfezione-disinfestazione). Poi ovviamente, c'è l'incontro e il matrimonio burrascoso fra Trump e Ivana, l'ambiziosissima fotomodella dell'Est che diverrà sua moglie e che gli darà tre figli.
“Un film falso e privo di stile, diffamatorio e politicamente disgustoso”, ha tuonato Trump nel suo account sul social Truth. Truth è una piattaforma creata dalla società Trump Media group che ovviamente, non ha gradito. A mio avviso, c'era tanto materiale , tanta carne al fuoco che avrebbe potuto e dovuto essere gestita meglio. L'interpretazione di Sebastian Stan, un biondino molto carino con la faccia da bambolotto, riesce ad evocare Donald Trump senza tuttavia farne una macchietta o una facile caricatura. Formidabile quella di Jeremy Strong che interpreta Roy Cohn, l 'avvocato manipolatore privo di scrupoli, omosessuale incallito che però odia le "checche", alcolizzato, drogato. Alla fine, malato di Aids a causa della vita promiscua e sregolata che conduceva, fino all'ultimo nega la sua malattia conformemente al suo secondo comandamento "negare, negare, negare". Il vero Roy Cohn è stato il braccio destro di Joseph Mc Carthy pur essendo democratico e non repubblicano. Pur essendo ebreo ashkenazita, ha rastrellato e perseguito molti intellettuali ebrei e spedito sulla sedia elettrica i coniugi Rosenberg durante il periodo della Caccia alle Streghe.
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| Trump e il suo avvocato, il vero Roy Cohn |
Nel computo della caccia al "comunista", come è ovvio, cadde anche qualche innocente nella rete. Pur essendo omosessuale, fece cacciare molti di questi che ruotavano nell'ambiente del cinema, ritenuti inaffidabili. Insomma per chi volesse fare ricerche sul web su questo personaggio, non c'è che da sbizzarrirsi (bastano i suntini di wikipedia per farsi un'idea), e da concludere che Cohn è una caso da manuale psichiatrico anche peggiore dello stesso Trump.
L'epilogo del film ci mostra un Roy Cohn malato terminale di AIDS e il suo rampante epigono ormai arrivato ai piani alti, che lo supera in cinismo, egoismo e cattiveria. Infatti gli regala un anello con un diamante tarocco per il suo compleanno. Missione compiuta: l'allievo supera il Maestro e questo ormai può pure uscire di scena.
San Nazario





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