
In un tempo infinitamente lontano, il dialogo trai vivi e i morti era cosa ricorrente. Ce ne dà testimonianza Omero nell'Odissea nell'incontro tra Ulisse e i cari estinti nella sua discesa all'Ade, pagina toccante del poema omerico dove incontra la madre, ombra nel Regno delle Ombre. Oggi invece la solennità e commemorazione dei defunti viene semplicemente battezzata col nome generico de "il ponte di Ognissanti", un'occasione per fare viaggi, spostamenti con annessi divertimenti. Ho già trattato in altri post come "
Se il riposo non è più eterno" anche il tema della cremazione, consuetudine diffusa negli Usa, che possiamo annoverare una società "mercuriale" e nomade (vedi il saggio "Il secolo ebraico" di Yuri Slezkine), a differenza di quella italiana che è stata a lungo una società stanziale, quindi sempre secondo le categorie di Slezkine "apollinea". Nelle società stanziali l 'estinto fa parte, a buon diritto, del paesaggio dei vivi e, sebbene mediante editto napoleonico i cimiteri fossero stati spostati in aree fuori città, chiunque può raggiungere i luoghi di sepoltura. Ma con la cremazione, ormai accettata anche dalla chiesa cattolica (ma non da quella Ortodossa) si arriva ai paradossi dell'urna cineraria in casa sottraendo il caro estinto al rituale passaggio di amici e parenti, davanti alle sue spoglie. La morte viene così sottratta alla sfera sociale. A proposito di vivi e di morti, come non ricordare le tombe etrusche con affreschi rappresentanti scene di caccia, di vendemmia, di agricoltura a Cerveteri e a Tarquinia, segno tangibile di quanto vita e morte fossero intimamente collegati in uno stesso rassicurante ciclo?
Anche la letteratura si è occupata dei morti nel carme di Ugo Foscolo "I sepolcri" allorché, mediante editto napoleonico del 1804 di Saint Cloud, venne imposto che i cimiteri fossero ubicati oltre le mura della città e le lapidi, fossero tutte uguali e prive di decorazioni. Nella modernità, i cimiteri di piccoli villaggi americani come Lewistown e Petersburg nell'Illinois ispirarono "L'antologia di Spoon River", di Edgar Lee Masters raccolta di poesie-epitaffio nella quale ogni morto racconta un po' della sua vita personale con assoluta sincerità, poiché non ha più nulla da temere dal giudizio altrui.
"Il cimitero marino" è un altro poemetto di Paul Valéry nel quale il poeta, nativo di Sète in Languedoc, descrive un piccolo cimitero, posto in vicinanza del mare, dove le candide lapidi, risplendono fra i cipressi sotto la luce abbacinante del sole che ricava incanti dalla vicina superficie del mare. Alla descrizione visiva, il poeta intercala riflessioni e pensieri sulla vita e sulla morte.
La "pandemia" impostaci coi metodi brutali che ben sappiamo, ha fatto scempio di questo intimo indissolubile legame tra i vivi e i morti, gettando nella disperazione le famiglie bandite dai capezzali degli ospedali, col rimorso di non poter porgere un ultimo abbraccio, una carezza ai loro cari. Durante la cosiddetta "emergenza" si sbarazzarono dei loro corpi mediante sommarie cremazioni collettive che hanno impedito di fatto le autopsie e le vere ricerche sanitarie, Non bastasse ciò, in molti casi, non sono nemmeno state garantite vere onoranze funebri in grado di dare dignità e conforto a questo doloroso evento, arrivando a imporre funzioni con numero chiuso e volti coperti da maschera.
Ma torno alla tradizione italiana dei grandi cimiteri monumentali dove vi si trovano autentiche opere d'arte come nel cimitero di Milano, opere di valore artistico come edicole funerarie, sculture, statue di grande pregio, un vero e proprio museo a cielo aperto. Lo stesso dicasi per quello di Staglieno a Genova, per Verona e per varie altre città italiane. Con buona pace per i furori rivoluzionari francesi che in nome dell'"uguaglianza" volevano lapidi tutte uguali.
Ma io prediligo i piccoli cimiteri marini della mia Liguria affacciati su falesie a picco sul mare o incastrati su pianori rocciosi, tra i profumi di erbe selvatiche. In quello di Manarola (una delle 5 Terre) costruito in stile neoclassico c'è, all'ingresso, un verso di Cardarelli con grandi caratteri:
O aperti ai venti e all'onde
Liguri cimiteri!
Una rosea tristezza vi colora
quando di sera, simile ad un fiore
che marcisce, la grande luce
si va sfacendo e muore.
Sono rimasta colpita dalla tomba del grande alpinista Walter Bonatti nel piccolo cimitero di Porto Venere (nella foto in alto). A tutta prima, credetti che le piogge frequenti vi avessero trascinato cumuli di detriti. In realtà, erano pietruzze delle montagne, ramponi, piccoli moschettoni, pezzetti di corde e una piccola piccozza appesa alla Croce. Gli alpinisti e rocciatori scendono dai monti al mare rendendo omaggio a un grande delle vette. In più, poco distante esiste il monte Muzzerone, con una parete a picco sul mare, già palestra dei rocciatori del corpo speciale Comsubin nel vicino Varignano, parete che Bonatti scalò varie volte, quasi per diletto. Una testimonianza tangibile che i morti esistono grazie alla memoria dei vivi, i quali col loro transito terrestre, li ricordano e li onorano. Ma in questo caso, anche un trait-d'union paesaggistico ideale tra monti e mari.
2 novembre - Commemorazione dei Defunti