30 May 2006

Milano resiste resiste resiste.Fino a quando?

Milano che fatica! Con quelle solite proiezioni da cardiopalma che tengono in sospeso fino all'ultimo respiro. Ma poi finalmente, il risultato finale che non è "pareggio" come dicono i sinistri ai quattro venti: ci sono 4 punti di distacco a favore di Letizia Moratti la quale ha mostrato una volontà d'acciaio. Non è poco, certo. Ma non c'è di che cantar vittoria, visti i risultati nel resto d'Italia, con l'eccezione della Sicilia. Ma soprattutto, abbiamo capito che l'elettore del centrodestra è distratto, individualista, poco amante del suo schieramento. Altro che pensare di portarli in piazza! Questi qua, è già tanto se vanno alle urne.

Una cosa però vorrei dirla, quale abitante della Regione Lombardia. Qui la gente "sta mai coi mani in man", ma non perde volentieri del tempo con la politica. Non che questo sia sempre un bene, ma voglio spiegarne i motivi. Qui, se ti capita di rimanere a terra alla 19,30 o anche alle 20 con la batteria dell'auto scarica, suoni alla casa del tuo elettrauto (di solito la casa sta vicino all'officina) e quello ancora in tuta, anche se ha già il boccone in bocca perché seduto a tavola, corre in tuo soccorso per darti una mano, piantando lì la cena. C'è una abbondante nevicata e il Comune è in ritardo con gli spalaneve? Gli abitanti delle straducole più impervie si armano di pale e spalano da soli. Che vuole dire tutto ciò? Che sono i fatti che hanno la meglio sulle parole.Che nessuno si aspetta niente da nessuno e che si è capaci, all'occorrenza, di contare sulle proprie forze per risolvere i problemi pratici. Che la politica, se non è politica dei fatti, non mobilita. E come difendersi allora da una politica eccessivamente parolaia e presenzialista come quella che ci tocca subire in tv, una sera sì e l'altra pure? Non andando a votare. Qualunquismo? Può darsi. Ma bisogna tenerne conto e lavorare di più sul piano di buone idee, dei buoni progetti e dei fatti. Soprattutto fatti. C'è il referendum il 25 di giugno, una data troppo spostata in avanti per pensare che la gente si accapigli per andare alle urne. Specie dopo un anno di overdosi elettorali. E' stolto pensare a questa data come a una data della RIVINCITA col governo. Finora si sono rivelate esatte le analisi di Panebianco: un governicchio risicato che passo dopo passo rimonta la sua china. Non dimentichiamolo!E non dimentichiamo che la sinistra raggrupperà tutte le sue truppe cammellate pro difesa ad oltranza dello status quo. Quelle stesse truppe cammellate portate qua a Milano dove Prodi è venuto di persona a fare il supporter di don Ferrante, il prefetto un po' terùn. Consideriamolo quindi un gran regalo, aver sbarrato loro l'accesso a Piazza Duomo e ringraziamo la Madonnina che brilla da lontano, per non essersi fatta strappare il cuore operoso d'Italia.
Anche la Costituzione così come viene difesa a sinistra è lo status quo. Sul che fare è presto detto. Perché non stampare un libretto con le nuove riforme costituzionali sulla Devolution e i suoi benefici da distribuire porta a porta? Potrebbe funzionare...Una cosa è certa: basta coi Vespa, i Floris, le Alici nel Paese degli sfracelli, i Primi piani su Telekabul e le Bar Condicio da Bar sport. Così non si mobilita: si annoia. Non posso perciò essere in completo accordo con alcuni amici blogger che straccionano l'elettorato di destra. Non arrabbiamoci se i nostri non votano. Almeno, non prima di aver dato loro fino in fondo, dei solidi e concreti motivi per farlo.

23 May 2006

Il sen. Cossiga e la Sindrome dello Scolapasta

Dalla Gladio allo Scolapasta è certamente l'epilogo di un percorso  poco glorioso. Ma tant'è, Francesco Cossiga ci prova lo stesso. Ricordate quand'era Ministro degli Interni nella I Repubblica? Uomo tutto d'un pezzo  cui non sfuggiva mai una parola di troppo, nonché zelante e austero  servitore dello Stato. Per tutta ricompensa, la sinistra di allora scriveva sui muri KoSSiga con le SS, e durante i cortei  berciavano  slogan come "Cossiga boia è ora che tu muoia".Poi ci fu il settennato di Presidente della Repubblica negli ultimi anni del quale divenne una sorta di quotidiano Externator con tanto di piccone sempre pronto. Su alcune cose ebbe ragione (come sullo strapotere dei giudici e in particolare di Casson). Su altre, non rinunciò alle offese personali approfittando della sua alta carica istituzionale. Come la definizione di "Zombie coi baffi" data ad Occhetto. Non che non fosse vera, ma una simile  caricatura può disegnarla giusto un Forattini. O può dirla uno studente a un suo compagno, ma non un Presidente della Repubblica.Tant'è vero che ci ripensò, si pentì e chiese scusa al vilipeso. Fu una prima bottarella di scolapasta in testa. E cioè, quella sindrome di  grandeur di chi si sente Napoleone, che solitamente hanno i soggetti borderline e/o maniaco-depressivi e che oggi lo porta a dare pure consigli alla CEI e al Papa, smarrendo la misura.
 
Giunse la fine del settennato e la nomina a vita di Senatore della Repubblica. Ma l'era del Piccone e dello Scolapasta a mo' di elmetto, continuò. E Cossiga tanto brigò, intrigò, manovrò che concorse a far cadere il governo Prodi eletto nel '96 per mandare alla presidenza del Consiglio Massimo D'Alema, senz'essere stato eletto da nessuno: capirete che gran cambio di guardia per gli Italiani! Al contrario, egli si vantò di aver sdoganato il comunismo il quale, proprio grazie a lui, poteva rivelarsi una  preziosa "risorsa" per il Paese. E in ossequio al Lìder Maximo, portò un bambinello di zucchero candito a Montecitorio e glielo porse, per far vedere che i nuovi postcomunisti non mangiano più i bambini, ma solo dolcetti di zucchero. Fu una deprimente fotografia: un anziano gladiatore "anticomunista" che ora si prosternava davanti ai suoi antichi nemici. Ma i colpi di scolapasta (in questo caso, Skolapasta), non finirono lì e subito dopo aver sdoganato Baffino, Cossiga  montò contro di lui, altri intrighi e battibecchi  per il tramite di torrenziali lettere, regolarmente ospitate dal Corriere. In Via Solferino all'inizio si facevano delle grasse risate, ma poi tanta bulimica esteneuante grafomania, cominciò a tediare. Dopotutto, anche l'abuso di  Picconi e di Scolapasta finisce a noia.
Tra un tira e molla, un Teatrino e l'altro, si insedia il Governo Berlusconi nel 2001. Ma anche qui nacquero, tra l'anziano Senatore a vita e l'imprenditore di Arcore neofita della politica, una serie di accordi armoniosi e di disaccordi dissonanti: ti do la fiducia/non ti do la fiducia/ su questo sì, su quello no. Non ti do la fiducia perché.../io vorrei/non vorrei/ ma se vuoi...
 
L'ultima stecca sulla faccenda dei fischi della CdL a lor Senatori ad aeternum, risale l'altro  ieri  (ndr.domenica 21 maggio) dove il "balente" Cossiga scrive una lunga invettiva su Libero (a proposito, non aveva presentato le dimissioni da detto giornale?!). Titolo: Cossiga: io immorale? Silvio dimentichi il '94. "Per la mia storia politica non accetto accuse da un simpatico e abile Paperon de' Paperoni prestato alla politica e non senza utile personale". Poi, molto signorilmente, si mette a fare il delatore (ma si sa, il sardo è vendicativo oltre che "balente") sulle probabili tresche amorose dell' ex Premier con un' avvenente venezuelana, una tal Aida Yespica. 
E qui, emerge in filigrana pure una botta di gelosia (oltre che di scolapasta): chissà ...forse qualche pizzico alla bella e procace venezuelana glielo avrebbe rifilato volentieri pure lui, il  vecchio Senex a vita. Nel qual caso la libido, avrebbe assunto qualcosa di particolarmente elevato e  sacro: l'Antico Tastamento.   (Nessie)
 

20 May 2006

La doppia taqiya, comunista e islamista

Ma non doveva essere morto e sepolto quel comunismo che è stata  la traveggola paranoide del Berlusca, il quale poveretto - a detta dei suoi detrattori -  è un po' "andato" di cervello e vede "rossi" dappertutto come i tori ? Macché, a rieccoli i nosferatu (in romeno,  non morti) della storia! Finalmente ci voleva l'autorevolezza di Ostellino (autore di "Vivere in Russia") a scrivere che saranno proprio le "estreme" di sinistra (cioè i falce e martello) a condizionare il nuovo governo.
Una conversazione aperta con Pseudosauro ha lasciato in sospeso alcuni importanti temi che meritano di venire qui ripresi.
E' vero che Bertinotti è un po' meglio di D'Alema perché lo "riconosci" come più coerentemente comunista, mentre il leader diessino si finge un riformista senza esserlo? In realtà D'Alema e Bertinotti sono due facce della stessa medaglia: l'uno, è uno scaltro castoro che edifica mattone su mattone, palo su palo,  secondo i freddi dettami del defunto togliattismo;  l'altro, un eterno movimentista, in stile troztkista e guevarista, con velleità giovanilistiche e antiburocratiche (la teoria della rivoluzione permanente).
Ed  esiste un comunismo che può definirsi "coerente" e perciò immediatamente riconoscibile, un po' come lo spot pubblicitario del virus HIV se-lo-conosci-lo eviti? 
La mia risposta è NO, non esiste. Non esiste il socialismo dal volto umano, come non esiste il "compagno" coerente e leale, che fa i giochi chiari e che non tende tranelli. Poiché Il comunismo è una sorta di mutante inafferabile che si adatta benissimo all'ambiente e alle epoche in cui vive, nidifica e prolifica in condizioni  di ambiguità  e di perenne conflittualità, perciò parlare di "comunismo coerente" è in sé un'antinomia. Sfrutta abilmente gli spazi della democrazia per poi affermare in modo nient'affatto democratico, la sua egemonia. Si allea con le forze liberali e progressiste borghesi per annientarle meglio (vedi il defunto Partito d'Azione di Ferruccio Parri e la brigata Giustizia e Libertà durante la Resistenza). Può fare patti scellerati perfino col nazismo per spartirsi i territori dell'Europa dell'Est (Il Patto Molotov-Ribbentrop di Stalin). Si allea con le forze nazionaliste e patriottiche per fare "fronte comune" contro l'invasore (l'esempio cinese di Mao-tze-tung alleato con Chang- kai-Check contro il nemico giapponese durante la II guerra mondiale). Ma poi, una volta raggiunto l'obiettivo, elimina i nazionalisti costringendo Chang a riparare a Formosa (oggi Taiwan). Pratica la via nazionale al socialismo, predicando il blocco storico coi cattolici (la teoria di A.Gramsci), ma poi cerca di garantirsi la supremazia della sua chiesa "rossa", atea, spregiudicata e libertina,  su quella "bianca" e tradizionalista. Insomma, esercita una perenne, machiavellica e tortuosa dissimulazione, pur di raggiungere il proprio scopo.
Ultimamente, però, si è trovato degli alleati, dei compagnons de route, assai insidiosi e scomodi: gli islamisti, alcuni dei quali sono comparsi perfino nelle loro liste elettorali. Per ora sono pochi e non è il numero a preoccupare, ma la loro essenza e qualità. Come i comunisti, anche gli islamisti nidificano e si moltiplicano nell'ambiguità. Come i comunisti, anche gli islamisti praticano la dissimulazione, detta taqiya e sanno sfruttare abilmente a loro vantaggio gli spazi democratici ("vi invaderemo grazie alle vostre leggi, per sottomettervi alle nostre"). Come i comunisti, così anche gli islamisti non disdegnano le elezioni, quale mezzo per accrescere la loro egemonia  e il loro potere di ricatto (vedi i Fratelli Musulmana in Egitto, e Hamas nelle elezioni palestinesi) né snobbano l'Occidente ricco e progredito che garantisce loro libertà di movimento  e di fare proseliti (Occidente, considerato dar al dawa, territorio di conversione, come predica Tariq Ramadan). Tuttavia ci sono anche delle differenze da rimarcare.
Il comunismo marxista è laico, ateo e il suo fideismo è trasferito nel Partito e nella leadership politica (il culto della personalità). L'islamismo è teocratico, pratica la sharia e la restrizione rigida dei costumi uomo e donna.Il marxismo è nato in Occidente e ne rappresenta la sua Ombra conflittuale. L'islam nasce in Oriente e ne è la spada e la legge. Differenze di non poco conto. Per quanto quello marxista sia un pensiero forte, "dialettico" tendente al metafisico (ad onta del suo stesso materialismo), quello fondamentalista islamico è ancora più forte, cieco, fanatico, ottuso, tribale, retrogrado. Gli esempi storici ci dicono che il pensiero marxista soccombe di fronte alla ferocia di quello teocratico e islamista:
 
a)  i comunisti iraniani furono eliminati fisicamente dall'ayatollah Khomeini che li utilizzò come forza d'urto per cacciare lo Scià di Persia.
b) i sovietici furono decimati dalla tenace resistenza dei mujaheddin (soldati della jihad) afghani durante l'invasione dell'Afghanistan. Certamente aiutati e supportati anche da lungimiranti fresconi americani, ma comunque capaci di dar prova di spirito di sacrificio inaudito.
 
Ora gli islamisti si preparano ancora ad appoggiare per mezzo della loro taqiya, il laicismo  socialista e comunista d'Occidente,e quest'ultimo chiude fin troppo volentieri un occhio nei confronti del loro fanatismo religioso, pur di raccattere i  loro voti. Come finirà questo sodalizio?
La risposta l'ha data quel feddaiyn palestinese che compariva nel film "Munich" di Spielberg quando si trovò con gli esponenti dell'IRA e della RAF (erano in realtà, agenti del Mossad israeliano che fingevano di appartenere a dei gruppi terroristi di ispirazione marxista). "A noi non frega un caxxo del vostro comunismo. A noi interessa solo la nostra causa e basta. Noi aspetteremo anche 100 anni ma rivogliamo la nostra terra. Con o senza il vostro aiuto".
Per tornare ai fatti di casa nostra, che c'entra Vladimir Luxuria con il palestinese Ali Rashid? Nulla! I musulmani a casa loro, non tollererebbero mai e poi mai le eccentriche Drag Queen o i Pacs, i gay pride e il movimento femminista. Eppure Rashid e Luxuria militano nello stesso schieramento, Rifondazione comunista, partito dalla mutazione genetica che raccatta i disobbiedienti e i no global. Ma i vantaggi che otterrà Rashid sono quelli di ottenere uno sponsor italiano per la sua causa antisraeliana, perciò accetta di buon grado tutta la pittoresca iconografia da Gay Pride del povero Vladimiro. E come un crotalo insidioso, aspetta...aspetta anche 100 anni, proprio come il feddaiyn del citato film di Spielberg.  Nel mentre,  pratica la sua taqiya islamica all'interno della taqiya comunista. Sapendo però che la sua è sancita dai testi coranici, dunque, ben più tenace e persistente.

17 May 2006

Dietro al caso Abu Omar, la Cia e il Sismi

CIARicordate quando Bush attaccò l'Iraq di Saddam nel marzo del 2003? Bene, in quel frangente ci fu chi, come Bertinotti e buona parte della sinistra si riempiva la bocca di una sola parola: GUERRA DI INTELLIGENCE. Intelligence qua, intelligence là. Il terrorismo è subdolo e insidioso e non lo si può combattere nei loro covi tramite una guerra convenzionale, ma bisogna snidarlo laddove agisce, ivi compreso in mezzo a noi eccetera. Diamola per buona. Sennonché queste anime belle, buone, sante e pie pensano che guerra di Intelligence voglia dire un ballo di debutto per diciottenni e che una volta trovati i responsabili si debbano consegnare a qualche "clementina" di turno, far finta di far loro un processo per poi lasciarli a piede libero. Nossignori! Guerra di Intelligence vuole dire una brutta parolaccia tabù: licenza di uccidere o di sequestrare. Parliamoci chiaro del rapimento di Abu Omar, l'imam della moschea di Milano ritenuto un pericoloso terrorista, ai cittadini italiani, importa, per dirla con la parole di Renato Farina su Libero, quanto il mostro di Firenze. Cioè zero. Eppure quasi ogni giorno sia Repubblica che il Corriere hanno un un titolo in prima pagina sugli sviluppi del caso, le violazioni ai diritti umani ecc. Dov'è Abu Omar? Perché, poverino, è stato sequestrato e inviato in un paesaccio cattivo privo di diritti come l'Egitto? Perché non ci danno l'estradizione degli agenti CIA, responsabili del sequestro? E chi ha aiutato la CIA a rapirlo tra le nostre autorità dei servizi segreti? Questi sarebbero gli inquietanti interrogativi sbandierati dai due quotidiani citati.
Le cose stanno invece diversamente. Si usa di Abu Omar e del suo rapimento per screditare e sostituire Nicolò Pollari ai vertici del Sismi, in modo da piazzare a capo degli 007 persone gradite alla sinistra liberal americana e italiana: gente anti-Bush, insomma. Un disegno denunciato più volte da Renato Farina su Libero e dal solito "malpensante" Cossiga. Si cerca di dimostrare che il nostro servizio segreto calpesta i diritti umani, imbroglia la magistratura italiana e lasci che la Cia tratti l'Italia "come uno zerbino su cui pulirsi le scarpe". (Libero di domenica 14 maggio p. 23 ). Il quale quotidiano ha rivelato un piccolo scoop spionistico leggendo le carte dell'ordinanza del Gip contro i rapitori. Abu Omar, secondo la magistratura, è stato trasferito e torturato. Però riesce a telefonare alla moglie nella sua casa di Milano. E qui qualcosa non quadra: chi è in mano ai servizi egiziani (il Mukabbarat) che non sono certo dei gentleman, riesce pure a telefonare a casa? Se la bevono solo quelli di Repubblica. La conversazione è intercettata e Omar rassicura la moglie chiedendole 200 euro e ordinandole di non aprire bocca se non con i fidati fratelli musulmani.Ma la verità è quella di un'intercettazione taroccata. Sarebbe invece stata la moglie a chiamare lui. Al punto che lui le chiede: "Da dove chiami?". Inoltre egli si stupisce non poco che in casa sua la Digos e i Ros non abbiano toccato il computer. I Ros lo sequestreranno infatti soltanto 54 gg. dall'intercettazione. E se la moglie aveva il suo numero di telefono, significa che era possibile acquisirlo, capire dove fosse e pertanto chiamarlo. Dunque un possibile taroccamento nelle intercettazioni tanto per cambiare gli scenari. E magari far fuori gli attuali vertici ( poco graditi al neogoverno) del Sismi. Con l'attuale cambio di guardia, ne vedremo ancora delle belle, c'è da giurarci...

11 May 2006

L'Opposizione? A ovest di Paperino

Sono spiacente, ma tutta questa melina del "torniamo a votare" non ha recato niente di buono a Silvio Berlusconi. Nel senso che se il tuo avversario "non lo riconosci", se non quando sei al brindisi di Israele, poi non puoi nemmeno stabilire delle regole. Parlo ovviamente di "regole condivise" e non di inciuci. Assodato che tornare alle urne non si poteva, poiché chi è preposto alla Conta, non darebbe ragione al Silvio, nemmeno se fosse vero (copyright Cossiga) , bisognava prepararsi subito per il grande assalto, e non per la scombiccherata politica degli annunci. Dov'era l'opposizione quando la Moratti è stata assalita per ben due volte? NON C'ERA! Se non con lamentele e geremiadi postume. E' stata in grado di organizzare una pacifica ma ferma dimostrazione contro i violenti? No davvero!
Dov'era quando si trattava di votare per il presidente del Senato?
Ha avuto la faccia tosta di presentare un vecchio relitto come Andreotti. Ovvero, per dirla in termini leghisti "mio nonno in carriola". Con tanto di pannolone. E questo è niente: zu' Giulio è pure un esponente della sponda avversaria. Di rottami simili la CdL ne poteva trovare pure nel suo schieramento, per Giove: magari senza gobba e tutto il resto! E allora a questo punto W Marini alla 4a tornata. Diciamolo in tutta franchezza, in fondo meglio il primo del secondo monarca assoluto di un' immarcescibile (sebbene marcia) Prima Repubblica. Negoziare insieme su Marini subito, avrebbe lasciato aperto uno spazio di trattativa per un presidente della Repubblica di garanzia, magari più giovane (e non diessino) come Mario Monti, ad esempio.
E invece no. Abbiamo assistito a una basculante opposizione-che-non-c'è , che ha oscillato tra un voto a Calderoli, qualcuno a Bossi, una parte a Gianni Letta. Poi la manfrina della rosa sì-rosa no, mai fatta pesare abbastanza. E come ho scritto più sotto, senza sognarsi di paventare l'arma di un possibile Avventino, nel caso in cui l'Unione si fosse incaponita sul presidente diessino per accontentare i postcomunisti (cosa poi avvenuta). Dopodiché, li avrei proprio voluti vedere a quelli dell'Unione suonarsele e cantarsele da soli, se il Polo se ne fosse andato via per tutte le 4 tornate! Insomma, per i militanti e per i simpatizzanti o anche solo per i votanti della CdL, un penoso spettacolo di resa, di sbandamento e di cedimento indecoroso. Continuano a ripetere in modo estenuante che loro hanno ottenuto il 50, 2% degli Italiani: benissimo, fatelo fruttare! Non chiediamo niente di più.
E invece no. Perfino un vecchio rudere della Prima Repubblica socialista sovietica come Napolitano, quale Presidente della Repubblica, gli hanno lasciato tirare fuori dal baule di mia nonna. Ma come si deve far capire alla CdL che anche stare all'opposizione è un mestiere delle armi? Che esiste il tempo dell'arroccamento su Fort Alamo, e il tempo delle trattative senza inciuci, e che bisogna saper usare con intelligenza e discernimento gli uni e gli altri? Che c'è un tempo della prudenza, ma anche un tempo del coraggio? Che ci vuole subito una strategia ben delineata di attacco-difesa?
E allora che si riunisca l'esecutivo, si prendano in mano le famigerate 280 pagine del Programma dell'Unione e si faccia un governo-ombra dove si contesta punto per punto tutte le iniquità prossime venture che i neo governanti si appresteranno a varare contro noi Italiani, studiando delle opportune contromosse.
In caso contrario qua su Tocqueville, molti blogger preferiranno scrivere post su quelle nuove avventure di Paperino in letteratura, che il CorServa ha messo gentilmente a disposizione dei lettori, per incrementare le vendite in flessione del marzo scorso ai tempi dell'outing di Mieli.
Se così dovesse essere, non solo sarà il caso di dire: niente di nuovo sul fronte Occidentale. Ma la CdL in luogo di farsi garante dell'Occidente e dei suoi valori, finirà ridicolmente ad Ovest di Paperino. In politica interna come in quella estera.

09 May 2006

L'importante è la Rosa...

Ricordate quella famosa canzone di Gilbert Bécaud :"L'important c'est la Rose, l'important c'est la Rose, l'important c'est la Rose crois-moi..." . Beh, io credo che su questa guerra delle due rose, la CdL avrebbe dovuto incaponirsi e insistere di più. Io preparo una Rosa, voi preparate una Rosa. Poi dalle due Rose scegliamo un candidato secondo quel metodo Ciampi che l'Unione pare non abbia proprio voglia di seguire, optando invece per il metodo MOGGI. In caso contrario, NO ROSE NO PARTY! Non si va neanche in aula, perchè è una macabra farsa precombinata. Infatti l'Unione ha giocato all'autoritario " O mangia 'sta minestra, o salta 'sta finestra". Prendere o lasciare: noi presentiamo il nostro candidato di bandiera, un DS. Cioè postcomunista Di Sempre.
Non importa se ottuagenario o di mezza età, purché DS. Ovvero una rosa ad un solo petalo o al massimo a due petali: introvabile in botanica! E se la CdL dirà di no - che neanche Napolitano gli va bene, allora ecco che hanno pure il pretesto per dire: vi abbiamo dato un candidato di alto profilo istituzionale, non l'avete voluto? E allora HA DA VENI' BAFFINO. Tié! Il quale è già lì bello fresco fresco, tenuto in frigo con la divisa da marinaretto conservata in naftalina, pronta per la bisogna. E col cavolo che la sua candidatura è tramontata, ma è più che mai franca di leva! Alla faccia dei gonzi.
Così dopo avere un sindacalista Fiom nonché Rifondarolo comunista alla Camera, un altro sindacalista al Senato, ci apprestiamo a conferire la terza e più alta carica istituzionale a un veterocomunista con il profilo "umbertino". O in alternativa, all'Ulema Baffino. Dopodiché, Nuova Repubblica Socialista Italiana (RSI, guarda caso). Con tutto il potere ai SOVIET e una Trojka al Komintern. Più l'elettrificazione ENEL, l'Iri e Nomisma. Conseguenze immediate? L'elezione da parte del nuovo Capo dello Stato di 5 senatori di provata garanzia sinistrese: questo sì che è alto profilo istituzionale! Che potrebbero essere i "super partes" Fo, Rossanda, Borrelli, Pivano, Eugenio Scalfari, Ingrao ecc. Così loro, raggiungendo la maggioranza anche al Senato dove per ora scarseggiano, stanno SUPER ; mentre la Casa della Libertà, PARTES! Nel senso che deve sloggiare esautorata dai giochi politici, nonostante ia metà dei suffragi ottenuti!
E c'è di più: è stata studiata all'uopo dal governo precedente, una bella norma antiribaltone, a garanzia di durata di questo nuovo governo delle meraviglie! Ovvero l'arte di servire pranzi di gala, all'avversario su un vassoio d'argento, pagando di tasca propria. L'Unione ringrazia e canta Over the rainbow.La CdL rischia di mangiarsi il fegato per 5 anni. E tutto questo per una rosa: "scelsi solo le rose che non colsi... - diceva il Poeta. (Nessie)

06 May 2006

Perché D'Alema non può essere l'Uomo del Colle

Il cardinale D'Alema (cognome  d' incerta provenienza, forse dall'arabo ulema, cioè sacerdote) non uscirà Papa. O almeno così auspichiamo, grazie al famoso adagio che si recita in Conclave sui troppo papabili che poi non diventano pontefici. Si va insistentemente ripetendo il suo nome in queste ore, ciò che potrebbe voler dire che il lìder Massimo, non sarà il Presidente di tutti gli Italiani. Perché dovrebbe essere lui l'Uomo del Colle, se quando è diventato segretario di partito, lo è diventato grazie a uno sgambetto a Occhetto e successivamente a Veltroni? Se quando è diventato Presidente del Consiglio lo è diventato grazie a un altro micidiale  colpo basso a Prodi, e non a libere elezioni?  E se promise fino all'ultimo l'incarico di commissario Ue a Emma Bonino, ma poi la stessa apprese dai giornali che detto incarico  fu conferito a Mario Monti? Ad  Emma non rimase che la  fuga in Egitto, a imparare l'arabo.  Dunque, troppi feriti e moribondi sul suo percorso per piacere a tutti! Perfino all'interno della sua stessa coalizione. E in politica ciò che è fatto è reso, senza fare prigionieri. Quel che resta oscuro sono i due giornalisti Feltri  e Ferrara che in nome di non si sa bene quali machiavellismi si mettono a fare gli sponsor dalemiani dalle colonne dei loro giornali. Fare il tifo per D'Alema, tanto per fare un dispetto a Prodi, ci spiace, ma non è una buona causa né una buona idea!
 
Ma che i giornalisti (e vale anche per Ostellino che ora fa il supporter di D'Alema sul Corriere) imparassero a fare il loro mestiere senza contaminarsi con le oscure manovre di corridoio del trasformismo politico italiota, per Giove! Possibile che credono ancora alla loro influenza illimitata sui lettori, nell'era di Internet, dei blog, della controinformazione fai-da te? Ed è mai possibile che i voti di oltre il 50% di poveri fessi alla CdL, non suggeriscano loro un bel niente?
E cioè che il Nord produttivo e operoso non vota la CdL per mandare al Quirinale un Baffino qualunque, magari vestito da Marinaretto. Che Ciampi, pur con alcuni limiti,  è stato un galantuomo in grado di venire accolto entusiasticamente coi tricolori sventolanti perfino nelle 7 Valli del Varesotto o su per la Valli Orobiche della Bergamasca, entrambi regni della Lega aspirante secessionista. Ma ve lo vedete, come scrive giustamente anche Aldo Cazzullo, lo stesso tripudio festante per D'Alema?  "Punta diretto al potere e basta. Quasi con la disperazione di un naufrago. Certo, lo fanno un po' tutti. Come se il potere fosse il Viagra dell'anima", scrive Antonio Socci dalle colonne di Libero in contrasto al suo direttore (articolo:" Massimo al Colle? No, aspettiamo ancora le sue scuse" del 5 maggio). "C'è come una disperazione cupa in questa libidine di potere, in questo arrapamento senza politica e senza contenuti". Parole sante!
Troppe, al di là del discorso di Berlusconi sulla sua falce e martello scolpite nel cuore, le riflessioni sul passato che  attendono di essere effettuate. Il Male non può essere dimenticato. E il comunismo, nonostante D'Alema non sia personalmente responsabile, ha provocato molto male, molto dolore e ingiustizie. Se proprio vuole passare alla storia faccia lui il passo e chieda scusa per gli errori e orrori commessi di un passato nemmeno troppo recente. Wojtyla che era un gigante, lo ha umilmente  fatto a nome di tutta la Chiesa. Perché non potrebbe farlo lui che è personaggio di assai più modesta caratura? 
Che parli dunque "sui danni orrendi che ha provocato un'ideologia che ateisticamente crede che il potere sia l'Eterno" scrive Socci. E lo scrive così bene che è perfino un peccato sintetizzarlo.
"Rifletta sul suo passato sempre rivendicato con orgoglio. Sul veleno dell'odio ideologico che continuano a far circolare nel popolo della sinistra (come si è visto il 25 aprile e il 1 maggio). Sul pericolo di una sinistra che controlla al contempo i Palazzi, le Camere, le piazze, cioè il potere e la maramaglia dell'odio e dell'intolleranza faziosa".
 
Sì, D'Alema faccia una coraggiosa disamina interiore di quel passato prossimo e magari anche più remoto che la Caduta del Muro ha impedito ai comunisti italiani di scandagliare appieno, nascondendosi dietro a nuovi simboli, loghi, mettendo un po' più di boscaglia verde  dentro il rosso delle loro bandiere e facendo abili operazioni di maquillage, ma rimescolando abilmente gli stessi uomini d'apparato. Noi Italiani aspettiamo ancora il "comunista" o postcomunista coraggioso che ci dirà tutta la verità.
Per questo, nell'attesa, non vogliamo D'Alema, uomo di parte e di Partito,  quale neo Presidente della nostra Repubblica italiana. Poiché sarebbe come pretendere che un abile centravanti si trasformasse in un arbitro imparziale. E molti di noi non possono crederci. Non vogliono credergli.

03 May 2006

Revel, la Francia non piange, ma lo rimpiangerà

E' morto in questi giorni all'età di 87 anni Jean-François Revel, filosofo, giornalista e direttore dell'Express. Fu  amico personale  del nostro Indro Montanelli che lo fece conoscere al pubblico italiano attraverso Il Giornale, ai tempi in cui ne fu il direttore, grazie ad una serie di articoli da lui pubblicati. Revel nacque a Marsiglia nel 1924 e rimase un sanguigno marsigliese curioso d'ogni cosa. Ha fatto la sua ultima apparizione da Ferrara durante la trasmissione "Otto e mezzo" dove in studio c'era un gran freddo e lui non faceva che starnutire interrompendo di continuo il suo eloquio e suscitando l'ilarità  un po' imbarazzata di Giulianone e di Ritanna Armeni. Nel corso di detta trasmissione dove presentò il suo libro "L'ossessione antiamericana" (Lindau editore), ebbe a dire che ultimamente in Francia si sentiva meno solo grazie a intellettuali come Finkielkraut e Glucksmann che avevano come lui, rotto la pesante cortina ossequiosa della political correctness francese tanto di destra, quanto di sinistra. Per un certo periodo (negli anni '60)  Revel fu sedotto dalla personalità audace di Mitterand, ma lo lasciò senza rimpianti quand'egli svoltò a sinistra e fece un programma comune col Partito comunista, mossa che un liberal-conservatore come lui, non poté mai perdonargli.
 
Di grande interesse, le sue analisi sull'antiamericanismo francese, tipico sia della droite (gollista prima e chiracchiana poi) che della gauche. La Francia è stata una nazione forte quando gli Usa erano deboli, ed ha iniziato ad indebolirsi quando gli States hanno iniziato a rafforzarsi. In tale prospettiva - secondo Revel - ciò rende comprensibile, se non giustificabile, un certo risentimento francese nei confronti dell'America come superpotenza dal primato geopolitico, tecnologico,  militare  e perfino culturale, ricordando alla Francia i suoi antichi splendori perduti.  America "società-laboratorio", secondo Revel, nel cui tessuto si sviluppa il presente e il futuro del mondo, e della "rivoluzione americana" (di cui pochi ricordano che precedette di qualche anno quella francese) come una dinamica di trasformazione profonda della società civile, il cui variabile e vitale dinamismo, è indipendente dalla collocazione "repubblicana" o "democratica" delle Amministrazioni di turno.
 
L'Ossessione antiamericana è per Revel più viva che mai, anche dopo l'11 settembre (data in cui eravamo "tutti americani") soprattutto nella sua Francia, dove trova consensi sia a destra (la caduta della grandeur) che a sinistra (l'America identificata come la società capitalista del Male).
Il mistero dell'antiamericanismo non è la disinformazione, ma la sua volontà di essere disinformati - scrive. Disinformazione che Revel assume come tattica politica riducendola a pratica propagandistica e che ascrive come attitudine mentale a quel pensiero debole di chi,  non volendo fare i conti con i fallimenti del passato, è condannato a riproporli nel presente, attraverso pensieri ed azioni contrari ad ogni principio di realtà. "L'iperpotenza americana non nasce da una volontà di dominio del mondo, bensì dall'impotenza degli altri, di noi europei in primo luogo". Chissà se lo capirà il nostro Toni Negri con quel  "Impero", divenuta la bibbia dei no global!Un liberale né à droite  à gauche come Revel, non poteva che essere bersaglio di entrambi. La gauche  ancora in bilico tra massimalismo e riformismo, la political correctness, quella che Revel ha ricordato come la causa di non pochi fallimenti politici ideali e morali della Francia. Fino all' "umiliante" successo di un certo Jean-Marie Le Pen. La droite, bersaglio preferito delle sue critiche per il suo statalismo, il suo patriottismo retorico e antieuropea (sì, di quell'Ue di cui pure aspira ad esserne a capo e per i propri comodi), la tentazione anticapitalista e antiamericana, la "monarchia" di fatto di Jacques Chirac.
 
La Francia, scrive Massimo Nava sul Corriere di lunedi 1 maggio, non lo piange  ma, essendo un Paese in profonda crisi identitaria e nel contempo ansiosa di cambiamenti, c' è da giurare che finirà per rimpiangerlo, rispecchiandosi prima o poi nelle sue coraggiose diagnosi. Come già accadde a Raymond Aron, il fustigatore liberale di non pochi luoghi comuni egualitari, progressisti e antiamericani, diventati , grazie al "sartrismo",  l'ortodossia della società francese dopo il fatidico maggio 1968.
 
"Ciò che si chiama sinistra è oggi soltanto una specie di tribù, un insieme di specialisti in frode delle relazioni pubbliche, di abili manipolatori che possiedono l'arte di presentare come progressiste, idee e teorie che hanno provocato le più grandi catastrofi della storia dell'umanità". Molti per queste affermazioni, non lo amavano. Noi, invece, siamo tra quelli che lo amano e che lo rimpiangeranno.

01 May 2006

Moratti, la tosa che l'a gha i ball

Che tradotto dal meneghino vuole dire: la ragazza che ha le palle. Nonostante che proprio ragazza non sia più. Sapevamo già che il 1 maggio sarebbe stata la festa della Trimurti sindacale con i soliti drappi rossi. E che per lavoratori, essi intendessero i tesserati sindacali, i fancazzisti in tournée permanente con pullmann cigiellino prepagato e kit completo di: striscioni, fischietti, bandiere rosse e capellini omologhi, più gregge vario felice di appartenere alle solite consorterie del solito sinistrese. Tutti gli altri non lavoratori - quelli che si fanno un "mazzo grosso tanto" non contano perché  non fanno testo. Il mondo del lavoro è divenuto sempre più variegato e sofisticato: con lavoratori autonomi, quelli con Partite IVA, il lavoro interinale, i conto-terzi, i contratti di collaborazione, i contratti a progetto secondo la Legge Biagi, ecc. Ma per il neoeletto Presidente della Camera ed ex sindacalista della Fiom, Fausto Bertinotti ci sono solo "gli operrrai e le operrraie":  possibilmente con l'erre moscia. Ai quali ha dedicato la sua investitura.  E per la Trimurti e i suoi seguaci (con Bruno Ferrante in testa) invece pure. "Non ho mai visto i padroni partecipare alle feste dei lavoratori" ha detto l'ex Prefetto uscente riferendosi alla Moratti. Ah sì?! E allora come mai che un'altra esponente di  "razza padrona" nelle vesti di Milly Moratti, già cognata di Letizia, ma "de sinistra" e amica di Dario Fo nonché sostenitrice della sua candidatura, non viene  snobbata né schifata in nome del suo duro e puro "operaismo"? Eppoi diciamolo sinceramente: quale operaismo se quando faceva il prefetto avrà fatto manganellare i picchetti operai dalle forze dell'Ordine? Ma come ho sempre sostenuto, basta buttarsi a sinistra per ricucirsi una verginità che non è mai esistita.
 
Però anche in seno al Moloch sindacale, pare che qualcosa si muova e stia cambiando. E il giovane Onorio Rosati della Camera del Lavoro milanese ha invitato i due candidati a partecipare, buscandosi eroicamente la sua sonora bordata di fischi come regista della "provocazione". Ora si chiedono le sue dimissioni. Quanto a lei, Letizia, è riuscita in due occasioni a far fare una figura di ...ehm..di Cambronne alla sinistra illiberale, komunista e squadrista in ben due occasioni: durante il 25 aprile (di cui ho parlato nel post più sotto) e oggi per la Festa del Lavoro. "Lavoravo da quando avevo 18 anni senza mai perdere un giorno, a parte la maternità", dice la signora Brichetto coniugata Moratti. E noi le crediamo. Col suo gesto è riuscita pure a rimettere in questione la nozione che il Sindacato ha sempre propagato di lavoratore. In particolare oggi che assistiamo alla Fiera delle Vanità che ha condotto due sindacalisti incalliti alle massime cariche istituzionali: il cattosinistro Franco Marini alla Presidenza del Senato e il cgiellino-Fiom nonché rifondarolo Bertinotti, alla Camera. Il che vuol dire che la "conflittualità sociale" paga e ripaga. E che i demagoghi arruffapopolo della classe operaia, sono i soli ad andare in Paradiso. Mentre per tutti gli altri vale lo sberleffo di Alberto Sordi nel film "I Vitellorni": LAVORATOOORII..... TIE' ! ...e segue braccio alzato a manico d'ombrello.
 
Quanto all'eroina Letizia, io non avrei di certo avuto il coraggio di avventurarmi là in mezzo a quella canea urlante e belluina. Il Manifesto, Diliberto, Cento, Ferrante e vari settori della sinistra insinuano che l'abbia fatta apposta per fare "la vittima dei fischi" e per farsi eleggere. Potrebbe darsi che nel quadro di una campagna elettorale ben gestita, ci sia anche il gesto di dimostrare che il 25 aprile e il 1 maggio sono feste di TUTTI gli italiani. Il che è pur sempre un suo diritto. Elettorale e non. Non si capisce perché il diritto di presenzialismo permanente deve essere sempre e solo loro.
Una cosa è certa: Bruno Ferrante, data la mentalità borbonica e retrograda mostrata, merita tuttalpiù un posto impiegatizio di doganiere sull'Aspromonte  e non certo la carica di sindaco della città più evoluta e produttiva d'Italia. Io per me non ho dubbi: candiderei "la tosa che l'a gha i ball" a primo cittadino di Milano.